Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

martedì 17 gennaio 2017

Frosinone, elezioni comunali. Il brivido di guidare un comune fallito.

Luciano Granieri




Nella prossima primavera si terranno le elezioni comunali a Frosinone. Le grandi manovre elettorali sono iniziate da tempo. A sfidare il sindaco uscente Ottaviani, ad oggi, sono scesi in campo quattro candidati: Fabrizio Cristofari per il Pd,  Vincenzo Iacovissi, Psi,  Stefano Pizzutelli,  sostenuto dalla lista civica “Frosinone in Comune, e, nonostante la Costituzione lo vieti, il fascista del terzo millennio, esponente di Casapound, Fernando Incitti. Il club degli aspiranti primi cittadini non è ancora chiuso. Si attende l’investitura, attraverso la riffa on line, se ci sarà, del candidato pentastellato, e altri eventuali concorrenti espressione di liste civiche, magari associate a movimenti sociali, attivi sul territorio. 

Programmi e proclami sono già iniziati a circolare nel panorama mediatico locale, condito da feroci polemiche verso il sindaco uscente. Il dietro le quinte, come al solito, si presenta animato da manovre e manovrine segrete. I movimenti dal canto loro cercano di capire le strategie dei vari schieramenti e valutare un eventuale discesa in campo affianco dell’uno e dell’altro. 

Programmi e proclami sono i soliti  perché le mancanze della città sono sempre le stesse.   Una  drammatica condizione sociale,  con un tasso di disoccupazione ben al di sopra della media nazionale, l’inefficienza dei servizi dal costo esoso , il degrado ambientale  e la conseguente precarietà sanitaria, il disagio giovanile,  l'incontrastata espansione urbanistica, la scarsa promozione culturale, la carenza strutturale delle scuole,  questi sono i temi su  cui i cinque candidati intendono impegnarsi. Le ricette saranno diverse, per ora solo abbozzate. 

Al di la delle varie soluzioni proposte esiste una realtà incontrovertibile di cui i gli aspiranti sindaci  dovranno tenere conto. Cioè chi vincerà le prossime elezioni avrà la responsabilità di guidare un comune fallito. Sta scritto nella delibera di bilancio 315 del 10 luglio 2015,  Nella quale si legge: "Preso atto che il Comune si trova nella necessità di onorare l'assorbimento del disavanzo di amministrazione e i debiti fuori bilancio, avendo già aumentato le imposte locali al massimo, non residuano ulteriori spazi se non quello della riduzione dei servizi istituzionali ."    

La prima incombenza del prossimo sindaco sarà quella di pagare l’enorme mole di debiti definita  nel piano di riequilibrio economico e finanziario concordato con la Corte dei Conti  per rimediare ad un crack drammatico  emerso nel 2013. I giudici contabili nella delibera 256/2013 accertano  un passivo di 14 milioni e 600mila euro relativo agli esercizi precedenti  l’insediamento di Ottaviani. In base al piano di riequilibrio economico e finanziario, un  dispositivo licenziato dal governo Monti per evitare il default dei Comuni,  l’ente ottiene un prestito di 10milioni di euro a copertura del debito   da restituire in 10 anni con rate da 540mila euro annui. In cambio di questi soldi l’amministrazione s’impegna a realizzare avanzi di bilancio che, per gli esercizi  inerenti la gestione  del prossimo sindaco 2018/2022 , sono pari a circa 2milioni l’anno. Ciò significa che le entrate per  tasse e cessione a privati  di beni e servizi devono eccedere di 2milioni sulle  uscite per spese sociali e servizi pubblici destinati alla città. Inoltre nel 2015 è emerso un ulteriore debito di 27milioni e 300mila euro  relativo a crediti mai riscossi  e non più esigibili per scadenza dei termini. Questo ulteriore ammanco  è stato a sua volta dilazionato in rate trentennali da 909mila euro. 

Riassumendo il prossimo sindaco dovrà governare tenendo conto della necessità di realizzare avanzi di bilancio per 2milioni di euro, pagare 540mila euro a valere sul prestito concesso nel  piano di riequilibrio economico e finanziario e 909mila euro per l’ulteriore dilazione sui crediti non più esigibili. Ossia ogni esercizio di bilancio dovrà produrre un salasso per  i cittadini pari a quasi 3milioni e mezzo l’anno. Considerato che già oggi le tariffe e le tasse sono al massimo, e gran parte dei servizi sono stati svenduti ad enti privati,   come pensano i candidati a sindaco di poter realizzare un solo obbiettivo di quelli dichiarati ed in particolare di risollevare il disastro sociale del Capoluogo? 

 In presenza di un tale piano lacrime e sangue,  la nuova amministrazione, indipendentemente da chi sarà a guidarla , dovrà semplicemente espletare la funzione di mega esattoria svendendo  la città ai privati.  Alcuni candidati individuano i fondi europei  come serbatoio da cui attingere per finanziare un minimo di programmazione per Frosinone . Ma non è così facile. Bisogna saper selezionare i bandi , attenersi alle specifiche direttive che spesso non collimano con le necessità del territorio. Poi, qualora si vincesse  il bando stesso, bisognerebbe  attendere tempi lunghi per avere il fondo mentre la città ha fame subito.

 La realtà è un’altra. Non è possibile lavorare per gli interessi dei cittadini con un  debito che ti prende alla gola. Allora bisogna uscire dalla logica dell’amministrazione ed entrare nella dimensione politica.  Quella politica che impone ad un sindaco  di arrivare perfino  a non osservare le regole  pur di  salvaguardare il bene dei propri cittadini.  Se raggiungere il pareggio di bilancio, così come prevedono le norme, significa sacrificare il benessere della collettività,  non si abbia paura a trasgredire una prescrizione indecente . 

Un punto essenziale nel  programma di un candidato a sindaco dovrebbe  esigere  un audit del debito, verificare  come questo  si sia  prodotto e, se necessario, non pagarlo. Per rispettare il patto di stabilità interno, che  prevede la dismissione dei servizi pubblici, con la finalità di   cederne la gestione a ditte private, sono stati licenziati i  lavoratori della Multiservizi  di Frosinone, ciò non è tollerabile per un sindaco che vuole salvaguardare la dignità dei propri concittadini. 

Alcuni sindaci  hanno già percorso la  strada di non rispettare la camicia di forza finanziaria  .  Ad esempio la giunta De Magistris a Napoli, Comune anch’esso sotto piano di riequilibrio economico e finanziario, fregandosene del blocco delle assunzioni presente nel decreto enti locali 2015/2016, ha bandito un concorso per l’assunzione di 370 docenti a tempo indeterminato fra cui 185 insegnanti di sostegno. 

A Napoli, non si è voluta sacrificare la scuola pubblica per cederla ai privati  in nome dei conti in ordine.  Ribadisco nella desolazione debitoria che attanaglia Frosinone il primo punto programmatico di un candidato sindaco dovrebbe riguardare l’audit del debito, ma ad oggi non mi sembra che gli attuali aspiranti alla poltrona di P.zza VI Dicembre ne abbiano minimamente fatto cenno. Aspettiamo fiduciosi, chi vivrà vedrà.

lunedì 16 gennaio 2017

Abolire il sistema della truffa elettorale

Piattaforma Comunista – per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia


Il prossimo 24 gennaio la Corte Costituzionale discuterà le questioni di costituzionalità presentate sull’Italicum, la legge elettorale valida per la Camera dei deputati imposta a colpi di fiducia dal governo Renzi (inizialmente accettata anche da Berlusconi). Con ogni probabilità ne cancellerà i punti più apertamente anticostituzionali, di stampo fascista. 
Tolte le “anomalie”, cosa rimarrà in piedi? Il Mattarellum proposto da Renzi? In ogni caso sarà una legge comunque antidemocratica, poiché  imperniata su un sistema che calpesta  la volontà e la sovranità popolare, in quanto con il meccanismo della “correzione maggioritaria” del voto prevede l’attribuzione ai principali partiti borghesi e piccolo borghesi di un numero di seggi superiore ai voti ottenuti. A ciò si aggiunge lo sbarramento elettorale per l’accesso in parlamento dei partiti più piccoli e l’odioso meccanismo dei capilista bloccati.
Sono questi sistemi elettorali che creano le condizioni per l’avvento di regimi reazionari e autoritari, guidati dalla volontà di un solo partito o di un gruppo di partiti borghesi.
Il premio di maggioranza – sia esso di coalizione o di lista, in quota variabile o fissa - sopprime l’eguaglianza fra i cittadini, perché il risultato del loro voto non è più uguale. Con il meccanismo infernale del “chi arriva primo prende tutto” viene infatti stabilito per legge che una parte dei voti dati contro il governo e contro i partiti borghesi, viene conteggiato ai fini della ripartizione dei seggi come voti dati a loro favore. 
In pratica è un furto legalizzato dei voti delle minoranze e delle opposizioni popolari, escluse dalla rappresentanza politica a tutto vantaggio dei blocchi dominanti, che con le loro maggioranze precostituite intaccano e distruggono le prerogative e la capacità di funzionamento dell’istituto parlamentare democratico-borghese.
La borghesia sostiene che questo sistema garantisce la governabilità. Per fare che? Per condurre un’offensiva permanente contro la classe operaia e le masse popolari, per sopprimere i nostri diritti e le libertà democratiche, per condurre una politica di guerra di rapina, per mantenere nei posti di potere profittatori, privilegiati e corrotti. 
Noi comunisti esigiamo il rispetto del voto popolare e perciò siamo contro le leggi elettorali fraudolente che prevedono il premio di maggioranza e le soglie di sbarramento, così come i capilista bloccati, attraverso le quali la borghesia viola ogni giorno lo spirito e la lettera della Costituzione antifascista.
Sosteniamo il metodo proporzionale puro e senza sbarramenti, senza correttivi, senza riserva dei seggi, in tutti i tipi di elezione, a qualsiasi livello, da quelle delle RSU sino a quelle delle Camere.
Esigiamo il diritto di voto per tutti coloro che risiedono o che lavorano in Italia.
L’attuale mancanza delle condizioni per la partecipazione dei marxisti-leninisti alle elezioni – in primo luogo la mancanza di un Partito comunista capace di utilizzare le elezioni e la tribuna parlamentare per spostare le masse su posizioni rivoluzionarie, smascherando e denunciando i decomposti partiti borghesi e piccolo borghesi - non può significare indifferenza nei confronti della lotta politica che si manifesta nella contesa elettorale.
Chiamiamo dunque le lavoratrici e i lavoratori alla denuncia di tutte le leggi elettorali che ”correggono” il voto, di tutti i meccanismi di esclusione e discriminazione delle masse.
Lottiamo e lavoriamo affinché si crei una situazione in cui il nostro paese non sia più governato da un comitato di affari dei monopoli e delle classi proprietarie, ma nell’interesse della classe operaia e delle masse lavoratrici. Sì, ci vuole un vero Governo operaio!

Operazione Colomba : nostri volontari e attivisti israeliani aggrediti da coloni

La denuncia del Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII si riferisce a quanto è accaduto lo scorso 7 gennaio. L’aggressione documentata da un VIDEO


Operazione Colomba, Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII, presente dal 2004 nell’area a sud di Hebron, denuncia che lo scorso 7 gennaio alcuni suoi volontari e gli attivisti dell’organizzazione pacifista israeliana Ta’ayush, sono stati aggrediti da coloni israeliani (vedi filmato, in basso) mentre accompagnavano un contadino palestinese ad arare la propria terra, vicino all’avamposto coloniale israeliano di Havat Ma’on.
Sulla strada del ritorno, riferisce Operazione Colomba in un suo comunicato, “il gruppo di volontari e attivisti è stato avvicinato da alcuni coloni israeliani, provenienti da quell’avamposto. I coloni, mascherandosi il volto, hanno iniziato a spintonare e provocare alcuni degli attivisti”. Dopo qualche minuto, prosegue il comunicato, “il livello di violenza si è alzato: i coloni, per lo più ragazzi, hanno iniziato a lanciare pietre verso il gruppo e hanno poi spinto a terra uno degli attivisti israeliani e una volontaria italiana, rubandole la fotocamera”.
Attacchi e intimidazioni, sottolinea Operazione Colomba, “sono la norma per i palestinesi che vivono nelle colline a sud di Hebron. Oltre all’occupazione militare, in questa zona sorgono numerose colonie e avamposti coloniali israeliani. Quotidianamente i coloni ostacolano il lavoro della terra dei contadini e la loro libertà di movimento, attaccando e provocando la popolazione palestinese”.
Gli avamposti coloniali sono illegali anche per la legge israeliana oltre che per quella internazionale che vieta l’insediamento e il trasferimento di popolazione civile da parte di uno Stato nei territori di un altro popolo che ha conquistato militarmente. Gli avamposti ebraici nella Cisgiordania occupata sono almeno 100 (le colonie vere e proprie sono circa 150) e malgrado le assicurazioni date nel corso degli anni dalle autorità israeliane, solo in casi rari sono stati rimossi dall’esercito. L’ultimo caso è quello del’avamposto di Amona, nei pressi di Ramallah. Nonostante la Corte Suprema israeliana abbia sentenziato la sua rimozione, perchè, tra le altre cose, costruito su terreni privati palestinesi, il governo israeliano ha garantito ai coloni che vi abitano una nuova “sistemazione” ma sempre in Cisgiordania.
Nel 2016 i volontari di Operazione Colomba hanno registrato 80 casi di aggressione, abuso o intimidazione solamente da parte dei coloni dell’avamposto di Havat Ma’on. “Vittime di questi attacchi sono gli abitanti dei villaggi palestinesi circostanti, a cui i coloni rendono la vita quotidiana impossibile – denuncia l’associazione italiana – “Spesso a dover scappare dai coloni sono donne o bambini: anche semplicemente passare vicino all’avamposto per andare a scuola è molto pericoloso”. Operazione Colomba evidenzia che “In tutti gli attacchi registrati nel 2016 non ci sono mai state conseguenze per i coloni autori dell’aggressione: le forze militari occupanti lavorano a stretto contatto con gli abitanti delle colonie”. La legge, aggiunge il comunicato, “viene applicata rigorosamente per i palestinesi, mentre all’interno dell’avamposto, illegale anche per la legge israeliana, i lavori procedono pressoché indisturbati. Nel 2016 Operazione Colomba ha registrato 16 lavori di espansione (nuove case, strade, vitigni, espansione di edifici già esistenti) nell’avamposto di Havat Ma’on. Nello stesso periodo di tempo le forze israeliane hanno demolito 65 strutture palestinesi e consegnato 64 ordini di demolizione o di stop dei lavori nella zona delle colline a sud di Hebron”.
Operazione Colomba è presente dal 1992 in zone di conflitto proteggendo i civili attraverso la presenza neutrale e internazionale e promuovendo il dialogo e la riconciliazione tra le parti. In Palestina i suoi volontari vivono nel villaggio di At-Tuwani. Ogni giorno accompagnano i palestinesi nella loro vita quotidiana, proteggendoli da attacchi e abusi e documentando le violazioni dei diritti umani.

Fonte: NenaNews

Rosa e Karl oggi più che mai nei nostro cuori.

Giorgio Cremaschi

NELLA NOTTE TRA IL 15 E IL 16 GENNAIO 1919 A BERLINO 
GLI SQUADRONI DELLA MORTE DI NOSKE, MINISTRO DEL GOVERNO SOCIALDEMOCRATICO, ASSASSINAVANO ROSA LUXEMBURG E KARL LIEBKNECHT, OGGI PIÙ CHE MAI NEI NOSTRI CUORI.



La socialdemocrazia tedesca concludeva con l'omicidio dei due rivoluzionari il suo tradimento nei confronti della pace e del lavoro. Rosa e Karl si erano opposti nel 1914 alla decisione della SPD di votare i crediti di guerra e di farsi complice dell'immane massacro della prima guerra mondiale. Come tutte le principali socialdemocrazie europee, quella tedesca aveva tradito l'impegno assunto di opporsi alla guerra e si era schierata con il proprio governo e con gli sporchi interessi delle proprie classi dominati. Tutte le principali sinistre di allora appoggiarono le politiche di unità nazionale che sacrificarono le vite di milioni di persone, lavoratori e popolo. Così come oggi le principali sinistre europee sostengono le politiche di austerità della Unione Europea che distruggono cinquanta anni di conquiste sociali. 
Rosa e Karl pagarono con la vita la loro coerenza e il loro rigore; noi, che oggi lottiamo in condizioni molto più facili delle loro, dobbiamo ancor di più avere nel cuore il sacrificio di questi eroi rivoluzioni. E ricordare e fare nostre le ultime parole di Rosa Luxemburg:

- “Ordine regna a Berlino”. Stupidi sbirri! Il vostro “ordine” è costruito sulla sabbia. La rivoluzione è già domani “di nuovo” si rizzerà in alto con fracasso e a vostro terrore si annuncerà con clangore di trombe. Io ero, io sono, io sarò”. -


Frosinone pianeta terra 14 gennaio ’17, Mala tempora currunt

Comitato di Lotta per il lavoro


Forse è stato il maltempo. Forse. Quel maltempo che si è abbattuto impetuoso, travolgente sulla città di Frosinone e che trae vantaggio dalla sua forza in un ambiente spossato dalle ripetute e passate spoliazioni e disastri ambientali, che hanno reso rovinoso lo spirito delle genti.
Sì perché questo maltempo, fuori dalla storia e dalle necessità del futuro, abbatte senza pietà chiunque vi si metta davanti. Anzi, proprio perché ostacolo, si impegna con maggior forza nel tentare di sovvertirlo e annichilirlo.
La tenda, nata per resistere al maltempo ma non solo, ha mantenuto duro e mai ha ceduto: né alla neve che immagina di ricolorare uniformemente la città abbellendo le brutture spacciandole per accettabili; né alla pioggia battente, che dà addosso ai cittadini senza sosta, magari anche privi di quell’ammortizzatore che si può chiamare ombrello; né al vento che spazza via qualsiasi altra considerazione e visione alternativa liberando l’orizzonte e rendendolo nitido, trasparente, senza speranza; né al gelo che iberna i pensieri e la voglia di libertà.
La tenda ha tentato di opporsi anche a quel clima di rilassamento che determina in noi un senso di indifferenza e di attesa, di ineluttabilità e di resa. Ecco la tenda non ha conosciuto stagioni, ha spesso contrastato quel senso di abbandono tramutandolo in fase di partecipazione, in fase di azione, rompendo quell’equilibrio consolidato di un clima cittadino stagnante e passivo.
La tenda era ben puntellata. Vari pilastri la sorreggevano: il coraggio, la dignità, la giustizia, la coscienza. Per questo il maltempo non ce la faceva ad abbatterla.
La tenda ha tentato di rendere visibile la propria avversione al clima imperante. Ha visto sostenere incontri, assemblee, riunioni, dibattiti, comizi, progetti proprio per aiutare la città a ribellarsi al paludoso clima. I suoi abitanti non si sono mai dati per vinti. A testa alta, come pochi in queste periferie dell’impero, hanno cercato e ritrovato in città valori che il vento aveva portato via inesorabilmente, aprendo al maltempo speculatore, malfattore, affarista. 
La tenda è caduta spesso ma è sempre risorta come i suoi abitanti che nel loro tragitto di precarietà sono stati licenziati 17 volte e per 16 volte riassunti. La 17a volta, nonostante le sentenze dei tribunali, non riesce a realizzarsi.
Forse sono stati giorni perduti a rincorrere il vento,  ma se il vento spirava per la dignità e la giustizia allora nell’animo di ognuno non si è perso niente ma anzi si è finalmente creato quel nuovo clima che renderà possibile ai prossimi abitanti delle tende che verranno, perché verranno statene certi, di lottare per un futuro migliore ricucendo ancora quella comunità oggi disintegrata dal maltempo e da tutti i maltempi della storia.
La tenda infine è crollata, anche perché tutto, ma proprio tutto, ha una fine. Ma può anche darsi che da quelle ceneri, calde, caldissime, qualcosa rinasca. 

sabato 14 gennaio 2017

La tenda deve continuare a vivere per il lavoro e per la città

Francesco Notarcola



La tenda, simbolo della lotta per il lavoro, contro l’ingiustizia sociale e politica, contro l’illegalità e la corruzione, è crollata a causa del maltempo.

Da molte parti si sono levate voci di solidarietà con i lavoratori della Multiservizi ma anche condanna delle Istituzioni che non hanno saputo e voluto risolvere il dramma di decine di famiglie e di centinaia di cittadini adulti, bambini ed anziani.

I lavoratori della Multiservizi di Frosinone hanno dato a tutti, nel Capoluogo e nella provincia, un altissimo esempio di impegno civico, politico e culturale. Valori e comportamenti da sempre sconosciuti a tutti coloro che hanno governato la Città negli ultimi decenni. Questa lotta e questi valori debbono guidare la rinascita della città.

E’ doveroso per i cittadini democratici e progressisti, per le associazioni e per tutti coloro che si battono per cambiare la drammatica realtà di questa nostra Città, esprimere pubblicamente ai lavoratori della Multiservizi una solidarietà concreta e l’apprezzamento per la loro lotta.

Proponiamo, perciò, la convocazione di un’assemblea cittadina e l’apertura di una sottoscrizione pubblica affinchè, con il contributo di tutti, si possa acquistare una TENDA NUOVA, più spaziosa, più solida e moderna, per rimpiazzare quella esistente. La Tenda deve continuare ad essere punto di riferimento di ogni iniziativa delle forze che vogliono rinnovare la politica e il modo di gestire questo Capoluogo martoriato.

Attendiamo adesioni.

Frosinone 14 gennaio 2017

video Luciano Granieri

Nat Hentoff, le parole del jazz

Guido Festinese


Il ricordo di un dei più noti critici musicali Usa. Autore di saggi, romanzi e vera anima “radical" , è stato anche tra gli inventori delle note di copertina.



Quando nel maggio 1963, il Signor Robert Zimmermann di Duluth, Minnesota, fece uscire per la Columbia Records  il suo The Freewheelin’ Bob Dylan, il disco della consacrazione che fece del ragazzo approdato al Greenwich Village un profeta (uso malgrado) di risposte che “soffiano nel vento”, le note di copertina di quel difficile secondo disco vennero affidate a qualcuno che se ne intendeva davvero di materiale folk nordamericano di prima e seconda mano, ovvero di faccende molto “traditional” , e di nuove canzoni profumate di trad che filtravano il mercuriale “zeitgeist”, lo spirito dei tempi di un’America in subbuglio. Di lì a poco quell’America si sarebbe trovata a fare i conti con la rivolta di Berkeley, e poi con tutto il reticolare pulviscolo di iniziative di una gioventù tutt’altro che spensierata e desiderosa di andare a lasciare la pelle nel fango del Vietnam, e  di milioni di neri americani ancora privi dei più elementari diritti civili. Comrpesi i giganti del jazz che, nel ’63, ancora dovevano entrare dalla porta di servizio per suonare in un teatro. A stilare quelle note dylaniane  venne chiamato Nat Hentoff, un nome che forse ai primi appassionati di rock diceva poco ma fece fare un salto sulla sedia a chi seguiva le vicende complesse, intricate e affascinanti del mazzo di musiche africane ed europee confluite nel folk a stelle e strisce, e,  soprattutto, a chi seguiva le vicende del jazz. Nat Hentoff era una delle menti qualificate a stenderle quelle note, coniugandole, sulla macchina da scrivere , a uno stile secco, nervoso, affilato come un rasoio nei giudizi, ponderato nelle idee di fondo fino all’ultima considerazione. Nat Hentoff se ne è andato sabato scorso a novantuno anni, un bel traguardo. In piena attività. Lasciando decine di libri, centinaia di note di copertina di dischi importanti che ancora oggi fanno da spina dorsale alle discoteche più rilevanti del jazz (e del folk), ma soprattutto lasciando un patrimonio di  migliaia e migliaia di articoli e interviste in cui ha scandagliato , decennio dopo decennio, l’evoluzione della musica afroamericana in relazione alle spinte della società, della cultura, della politica. Senza mai far venir meno  le ragioni dell’estetica musicale, anche: i suoi giudizi potevano essere severi ma erano sempre vincenti, alla prova dei fatti del passare del tempo. E dunque il mero dato anagrafico  dell’età ragguardevole  deve cedere il passo subito a tutt’altra considerazione , per rendere omaggio a un grande leone “radical” della sinistra culturale statunitense che certo deve aver salutato con piacere l’avvento alla presidenza si un avvocato con la pelle scura, e contemporaneamente aver provato una pervasiva sensazione di amarezza nel vedere l’avvento  di un presidente miliardario e reazionario pronto a cavalcare ogni luogo comune  razzista e sessista, quel brodo primordiale “veleno e pancia” che spesso l’America da cui è stata espunta a forza l’idea di classe fa balenare, sul luccichio affascinante  e perverso delle armi libere. Nat Hentoff  era nato a Boston, una delle città più “intellettuali” d’America nel 1925. Era dunque, anagraficamente, di quella generazione che ereditò direttamente  il pensiero e la capacità di lavoro di quei manager, giornalisti, intellettuali bianchi (soprattutto ebrei,  perlopiù di ascendenza marxista, e assai vicini al Partito comunista americano) che soprattutto a New York crearono  e appoggiarono  alla fine degli anni  Trenta l’ìdea  di un jazz che potesse essere contemporaneamente  (all’opposto di quanto credeva  il filosofo Adorno)  musica d’arte e musica di mercato. E’ un dato poco conosciuto  nella storia della musica jazz, ma i vari John Hammond  (peraltro scopritore del citato Bob Dylan , di Billie Holiday , di Charlie Christian, di Bruce Springsteen), Marshall Stearns, Norman Granz furono veri valorizzatori del jazz e delle sue spinte progressiste in epoca non sospetta, convogliando sull’impegno concreto e fattivo- ad esempio in favore della causa repubblicana nella Guerra di Spagna- musicisti che oggi ci fanno apparire  solo come levigati e eleganti intrattenitori: Benny Goodman, Fats Waller, Lionel Hampton. Nat Hentoff ereditò quella visione del jazz, la rilanciò , la  seppe adeguare a tempi ancor più stringenti, per ansia di libertà della gente tutta, e di chi aveva la pelle un tono più scuro degli altri. Incoraggiando ed indirizzando ogni svolta estetica nel jazz che sapesse anche tener conto della spessa coltre di valenze sociali che il jazz significava per la gente nera.  Sulla carta, ai microfoni della stazione radio WMEX .  Un workaholic delle buone ragioni della musica che seppe tenere la barra dritta sul jazz per il Village Voice per un buon cinquantennio , articolo dopo articolo, una firma costante del Wall Street Journal , del Washington Post,  del New Yorker , di Jazz Times. Un pilastro di Down Beat, la rivista che fa opinione nel jazz. Pronto ad entusiasmarsi anche per le infinite possibilità che aveva saputo intuire per il jazz Su Internet, e a regalare sapere: quando dal sito “Jerry Jazz Musician” gli chiesero di poter usare parte del magnifico testo da lui scritto assieme a un altro grande , Nat Shapiro, per descrivere il jazz di New Orleans (l’uragano Katarina aveva appena messo in ginocchio la città del jazz) , lui ripsose che potevano usare liberamente  i primi cinque capitoli di Hear Me Talkin’ To Ya: The Story of Jazz as Told by Men Who Made It.  Costo? Zero dollari.  Nat Hentoff s’è detto ha lasciato un’opera imponente, poco tradotta nella lingua di Dante: una ventina abbondante di saggi sul jazz, due libri di memorie, nove romanzi in cui c’entra molto la musica, addirittura, ma scritti in un arco di tempo che spazia  tra il 1965 e il 1985. Qui è bello ricordarlo, però, per il coraggio di schierarsi, di prendere posizione e di fare, al di là e oltre  ogni comoda firma di petizioni da lontano, su quanto atteneva al suo jazz, e andava a irritare ferite già ulceranti della storia musicale degli Usa. Rischiando sulla propria pelle e carriera. Ad esempio quando, nel 1960, nel pieno delle lotte dei neri per rivendicare i diritti civili  negati, fondò assieme a Archie Bleyer la Candid Records, libero spazio discografico senza censure per far circolare idee nuove. Durò poco più di sei mesi ma fu un periodo di superlavoro e di creatività estrema: trenta dischi registrati, più di uno alla settimana. Con gente come Don Ellis, l’adorato Charles Mingus (che qui potè fare ascoltare la sua versione  “uncensored” di Fable of Faubus , dedicata al governatore razzista dell’Arkansas), Cecil Taylor, Steve Lacy. Il colpo più bello e più odiato dai razzisti  a stelle e strisce lo piazzò all’inizio pubblicando l’imponente  We Insist! Freedom Now Sweet  di Max Roach e Abbey Lincoln, ospite un vecchio poderoso leone del jazz classico, Coleman Hawkins. Erano i tempi in cui i giovani neri improvvisavano flash mob ante litteram  sedendosi nei bar nei posti riservati solo ai bianchi: Hentoff, che naturalmente firmò anche le note di copertina del disco, volle come cover un bancone di bar in cui un barista bianco serviva tre persone con la pelle scura  e l’espressione accigliata. E chi voleva capire capisse.  Qualche tempo fa, in un intervista, chiesero a Nat Hentoff cos’altro avesse in mente di fare  ormai attempato e stanco. Lui rispose: “ Fino a quando avrò una macchina per scrivere, e un giornale che ospiti i miei scritti sarò felice. Credo di essere stato una persona fortunata nel poter fare quello che davvero volevo. Uno dei miei brani preferiti è di Duke Ellington, e si intitola Per cosa sono al mondo? . Io credo di essere al mondo per questo, per scrivere delle cose  che mi piacciono. O di quelle che detesto con tutto il mio essere”.

fonte “alias”14 gennaio 2017