Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

lunedì 27 marzo 2017

Argentina. Polemica con l'elettoralismo di Pts e Po Dove si doveva stare il 7 marzo?

di Teca




Il 7 di marzo rimarrà a memoria dei lavoratori come il giorno in cui abbiamo costretto la direzione della Cgt (sindacato argentino similare alla Cgil, ndt) a indicare una data per lo sciopero generale.
Purtroppo il Partido Obrero, il Partido de los Trabajadores Socialistas (Pts), Izquierda Socialista (Is), il Mst e il Nuovo Mas (partiti della estrema sinistra argentina, ndt) non erano presenti. Alcuni, come il Nuovo Mas e il Pts hanno addirittura invitato a non partecipare alla manifestazione. Il resto ha organizzato un proprio presidio in Piazza di Maggio, a cinque isolati di distanza.
Il Pstu argentino (sezione in quel Paese della Lit-Quarta Internazionale, ndt), invece, era insieme ai lavoratori kirchneristi e peronisti, lanciando slogan perché sia indicata la data dello sciopero, contestando i burocrati insieme ai conducenti di linea e a tutti i lavoratori che festeggiavano la fuga dei burocrati dalla piazza.
Ma non siamo interessati all'autopromozione, per noi è importante poter discutere con tutti quei militanti onesti che hanno seguito le proprie organizzazioni alla manifestazione separata, perché in questo momento in cui la lotta si intensifica, le conclusioni che possiamo trarre sono fondamentali per il futuro dei lavoratori e delle masse popolari.
Una politica che si contrappone all'unità di lotta contro il governo
I giorni precedenti alla manifestazione promossa dalla Cgt come sfogatoio della rabbia dei lavoratori, i partiti della sinistra che compongono i fronti elettorali del Fit (Partido Obrero, Pts e Izquierda Socialista) e Ifs (Nuovo Mas eMst) non solo hanno scritto molti articoli per spiegare i motivi per cui secondo loro non si doveva partecipare a questa manifestazione, ma hanno fatto tutto il possibile affinché i lavoratori non vi prendessero parte.
Alla fabbrica Pepsico, per esempio, il Pts era contrario a manifestare, e alla Pilkington, il Nuovo Mas, senza consultare i lavoratori in assemblea, ha deciso che questi ultimi non avrebbero dovuto partecipare a questa storica giornata di lotta. Nel frattempo, il "Pollo" Ruben Sobrero e il suo partito, Izquierda Socialista, insieme al Partido Obrero, hanno chiamato i ferrovieri e i lavoratori del Sutna e di Agr a partecipare al loro atto "classista combattivo", in questo modo dividendoli dalle migliaia di lavoratori che manifestavano, indebolendo il movimento per lo sciopero generale che si è invece espresso con insulti e lanci di bottiglie contro i leader della Cgt che hanno dovuto scappare come topi.
A tal punto arriva il disorientamento politico di questi partiti. La prima reazione del Pts è stata quella di scrivere sul proprio sito (Izquierda Diario) che quanto accaduto era una lotta tra settori della burocrazia.
Sappiamo che in questi partiti di sinistra ci sono centinaia di lavoratori e giovani che lottano e militano instancabilmente e a cui va tutto il nostro rispetto, ed è proprio per questo che ci sentiamo in dovere di criticare la politica dei loro partiti.
La impressionante deriva elettoralista di Pts e Po
Noi crediamo che il Po, il Pts, l'Is, il Nuovo Mas e il Mst si stanno sforzando di separare i proprio militanti e simpatizzanti dal resto dei lavoratori solo perché quello che cercano è di rendersi visibili elettoralmente. Non è casuale che meno di una settimana dopo le tre storiche giornate di lotta, dove la necessità reale che è emersa è quella di spingere per organizzare lo sciopero generale in Argentina, il Pts, il Nuovo Mas e il Mst hanno convocato al Hotel Castelar conferenze... di presentazione dei loro candidati per le elezioni di agosto.
Già avevamo segnalato che l'evento organizzato ad Atlanta l'anno scorso andava in questa direzione: un'assemblea elettorale ad un anno dalle elezioni nazionali.
Invece di lottare per lo sciopero generale convocando assemblee nei luoghi di lavoro, assemblee dei delegati, hanno sprecato le energie di migliaia di militanti in una manifestazione utile solo a lanciare la campagna elettorale del Fronte Elettorale (Fit). Lo stesso hanno fatto il Nuovo Mas e il Mst che avevano lanciato il loro fronte elettorale a dicembre.
Crediamo che il 7 di marzo questi partiti abbiano proseguito con la stessa logica e questo ci sembra totalmente sbagliato. Le riforme di Macri (presidente dell'Argentina, ndt) vanno respinte scendendo nelle piazze non eleggendo deputati.
Non è momento di campagna elettorale, non facciamo il gioco di governo e padroni che vorrebbero relegare tutto sul terreno delle elezioni. Siamo di fronte ad una grande opportunità che possiamo sfruttare se riusciremo ad unire i lavoratori sul terreno della lotta ai licenziamenti, per il salario, per le condizioni di lavoro.
Con questo non vogliamo dire che non ci si deve presentare alle elezioni, cosa che abbiamo fatto in passato e rifaremo in futuro: ma non questo è il momento. Eleggere deputati è importante, ma perché poi essi denuncino il parlamento come un covo di banditi, non perché rafforzino il parlamento facendo accordi con la borghesia per permettergli di approvare delle leggi: come invece ha fatto, per esempio, il Pts votando la legge sugli asili d'infanzia con il kirchnerismo, o facendosi foto l'8 di marzo con deputate del Pro (il Pro è un partito di centrodestra, ndt).
Lo stesso ha fatto il Po, che col Pts ha garantito il quorum in parlamento al kirchnerismo per permettergli di votare più di 100 leggi con la scusa che queste erano leggi "a favore della classe operaia".
Insomma: Pts e Po fanno il contrario di quanto sarebbe necessario: rifiutano l'unità d'azione dei lavoratori contro le misure del governo e si uniscono alla borghesia nella lotta in parlamento.
Spingiamo insieme per lo sciopero generale rivendicando un piano di lotta
Pts e Po sprecano fiumi di inchiostro per spiegare che la direzione della Cgt, essendo burocratica, non vuole convocare lo sciopero generale, dunque bisogna organizzarsi in maniera indipendente. Anche noi concordiamo col fatto che la direzione della Cgt è composta da burocrati e che non sia nelle loro intenzioni convocare lo sciopero generale, in quanto principali garanti della governabilità. E siamo anche consapevoli della necessità di costruire una alternativa indipendente da questi dirigenti traditori. Ma ciò di cui si sta discutendo qui è di quale possa essere il modo migliore per raggiungere questo obiettivo, per poter scavalcare queste direzioni. E in questo senso pensiamo questi partiti della sinistra abbiano in definitiva fatto un favore ai burocrati togliendo lavoratori dalla manifestazione della Cgt per portarli da un'altra parte: così facendo hanno indebolito la lotta per lo sciopero generale.
Non è in questo modo che si lotta realmente per l'indipendenza politica dei lavoratori. Di fronte al tradimento dei dirigenti sindacali e politici, dobbiamo lottare a fianco dei lavoratori anche se questi hanno fiducia in partiti come il Partido Justicialista, il kirchnerismo o se non hanno fiducia in nessuno. Dobbiamo lottare al fianco dei lavoratori mettendo bene in chiaro che noi non vogliamo che torni al governo Cristina Kirchner o che ci vada Massa o qualche altro candidato dei padroni: noi vogliamo che governino i lavoratori e le masse sfruttate.
Per questo noi eravamo alla mobilitazione con le parole d'ordine: sciopero generale subito! abbasso il piano Macri! Abbiamo distribuito più di 30 mila volantini che chiedevano alla Cgt di indicare una data per lo sciopero generale. Siamo andati a rivendicarlo, perché sapevamo che altrimenti ciò non sarebbe avvenuto. E siamo stati presenti alla manifestazione perché lo sciopero generale, e il piano di lotta necessario per respingere le riforme del piano Macri, lo potremo realizzare solo stando nelle piazze coi lavoratori dei diversi partiti e sindacati. Pretendere di poterlo realizzare solo coi militanti e i simpatizzanti dei partiti di sinistra è ridicolo. Ad oggi la sinistra da sola non ha la capacità per convocare uno sciopero generale e respingere così il piano Macri. Questa è la realtà. Però abbiamo la forza per costringere le direzioni politiche e sindacali, smascherarle, proponendo una politica distinta e opposta a quella che loro propongono e così incanalare lo scontento nella giusta direzione.
Ma non è con l'autoproclamazione che vinceremo la battaglia, bensì conducendo una dura lotta dall'interno, rivolgendoci alla base operaia perché non si fidi di questi traditori. Dunque dobbiamo trarre delle lezioni dagli avvenimenti del 7 marzo, perché una cosa è stata dimostrata: che ci sono le condizioni per avanzare e cambiare la situazione.
Pertanto, invitiamo queste organizzazioni della sinistra (Pts, Po, ecc.) ad una riflessione. Le invitiamo a cambiare atteggiamento, perché pongano tutti i loro sforzi al fine di raggiungere la massima unità di tutti i lavoratori, per spingere dal basso verso lo sciopero generale e organizzare la lotta contro i piani del governo e delle direzioni traditrici e vendute. Dobbiamo costruire dal basso e al calore delle lotte la nuova direzione del movimento operaio che è necessaria.
Il nostro partito, il Pstu, è al servizio di questa battaglia ed apre le porte a tutti i lavoratori che intendono portarla avanti.

domenica 26 marzo 2017

Se credi che il mondo sia piatto allora rimani nella UE, se invece credi che sia tondo, allora esci e combatti per un mondo libero.

Luciano Granieri




Quali erano  le notizie  che avrebbe dovuto riempire i quotidiani e affollare le TV  in merito alle manifestazioni anti UE  svoltesi sabato 25 marzo a Roma? In particolare cosa doveva contenere  il reportage del corteo Eurostop, partito da Piramide  per arrivare a Bocca della Verità, e del  comizio di San Lorenzo  del Partito Comunista e del Fronte della Gioventù Comunista? "Roma messa a ferro e fuoco dalla violenza dei centri sociali. I teppisti anti UE  hanno  devastato vetrine, bruciato vetture e ingaggiato violenti scontri con la Polizia". Disgraziatamente per i media, che già avevano preparato  il terreno all’auspicata  devastazione con un martellare continuo sulla pericolosità dei vandali  anti UE, tutto ciò non è accaduto. 

Meno male, eliminata le notizie sugli scontri, l’oggetto degli articoli e dei servizi si sarà concentrato sulle ragioni delle manifestazioni.  Neanche per sogno. Le news di ieri hanno enfatizzato come  non si siano  verificati incidenti, non per la compostezza e civiltà dei manifestanti, ma per l’abilità delle forze dell’ordine. Il questore Marino, ha spiegato dalle pagine della cronaca di Roma del quotidiano “la Repubblica”,  come ha evitato  le distruzioni,   annunciate, secondo il dirigente di Polizia, da  “ …un chiaro progetto di devastazione della città di Roma”. 

Ma  quali sono state queste abili mosse strategiche per neutralizzare i facinorosi? Intanto bloccare tre pullman, provenienti dal Veneto,   dalle Marche e dalla Val di Susa, all’altezza di Tor Cervara. Con la scusa di controllare e identificare i passeggeri, si è negata  la partecipazione di questi  manifestanti al corteo.  La notizia arrivava dalle parti di Testaccio e, non senza tensione, si ritardava la partenza del serpentone colorato per attendere l’arrivo dei fermati che evidentemente  non giungeranno mai. 

Nonostante questa provocazione il corteo muove verso Bocca della Verità mantenendo . I pochi bar rimasti aperti, anziché essere devastati, hanno fatto affari perché molti si sono fermati a rifocillarsi. Tutto stava procedendo per il meglio quando  ecco l’altra abile mossa per evitare la devastazione. Le forze dell’ordine insospettiti dall’”ambiguo” ,secondo loro, attardarsi  di alcuni manifestanti (circa mille), pensano bene di circondare con i blindati gli incauti ritardatari. Alcuni scappano verso una viuzza laterale, prontamente inseguiti dai poliziotti pronti ad aggredirli . 

Non si capisce bene quale sia la regione  di questa tentata aggressione da parte della polizia. Giorgio Cremaschi animatore della piattaforma Eurostop,   insieme all’anarchico settantenne, in carrozzina,   Lello Valitutti, si sdraia  davanti ad uno dei blindati che aveva bloccato lo spezzone dei ritardatari. Questa azione pacifica ma decisa, induce le forze dell’ordine ad arretrare e a far ripartire il corteo, ormai spezzato in due tronconi. 

Dunque secondo il questore le due azioni appena descritte avrebbero evitato la devastazione? A me sono sembrate  provocazioni belle e buone tese ad innescare quegli scontri tanto auspicati dai media e non avvenuti per la calma e la saldezza di nervi dei manifestanti. Sarebbe corretto, quindi,  dare la notizia  giusta per cui non si sono verificati incidenti  non per merito ma “nonostante la polizia”. 

Ordine  pubblico a parte,  per allentare la tensione dell’intervento vorrei raccontare  un storia liberamente tratta dalle manifestazioni di Roma. Ci sono  due cortei. Quello  buono della foglia riformista, con la Cgil, la Fiom, l’Arci , la Uil,  Sinistra Italiana e altri movimenti riformisti . Quello  cattivo della mela comunista, denominato Eurostop, composto da centri sociali, movimenti per la casa, Usb, No Tav ed altre sigle di estrazione comunista anticapitalista. La foglia e la mela iniziano a camminare insieme, convinte che l’attuale Unione Europea sia nefasta per i diritti di  disoccupati, precari, lavoratori e  studenti, tesa com’è a salvaguardare gli interessi della speculazione capitalistico-finanziaria. 

La foglia, crede che il mondo sia piatto,cioè che la melmosa piattitudine capitalista  europea e mondiale sia governabile con qualche misura solidaristica. La mela invece crede che il mondo sia tondo e, come tale, in grado, girando , di ribaltare la landa  liberista.  Azione indispensabile per rendere reale la liberazione degli sfruttati dagli sfruttatori. La verità dice che il mondo è tondo, dunque la mela  è nel vero e può elevarsi  nel suo proposito  teso a rovesciare la natura capitalistica insita nella UE,  necessaria affinchè i settori sociali impoveriti possano aspirare ad un prospettiva di reale cambiamento delle loro condizioni. La foglia convinta che il mondo sia  piatto, sarà sconfessata dalla realtà e destinata a sprofondare , vittima della fallace  convinzione che un’ Europa dalla natura capitalista possa essere governata. La foglia verrà travolta dalla propria illusione, la mela, con l’aiuto di tutto il mondo “tondo” anticapitalista sarà destinata  a progredire. 

Vi piace questa storia? L’avete già sentita? Avete ragione.  Non l’ho inventata io ma è liberamente tratta dal brano "La Mela di Odessa" degli Area. Il pezzo  accompagna la clip con le foto della manifestazione scattate dai compagni Eugenio Oi, Giorgio Cremaschi, Gianluca Evangelisti.


Good Vibrations. 

sabato 25 marzo 2017

Vertenza Frusinate. Il lavoro non ha bandiere, il lavoro è la bandiera.

Luciano Granieri




Giovedì scorso  ho partecipato, presso la sede della Provincia,  al dibattito organizzato dal Fronte della Gioventù Comunista, sul tema dell’uscita dall’Unione Europea. Qui ho incontrato i ragazzi della vertenza frusinate, riuniti in assemblea permanente per chiedere la proroga degli ammortizzatori sociali , in scadenza nel prossimo mese di giugno. Come è noto vertenza frusinate è un'organizzazione di  lavoratori  che hanno perso la propria occupazione  a seguito della dismissione di diverse unità produttive della nostra Provincia, la maggior parte  di essi  era impiegata alla Videocon di Anagni. 

Per manifestare vicinanza ad una lotta così  dura ed estenuante,  ho acconsentito a  farmi scattare una foto fra di  loro. Per rendere più significativa l’immagine, ci siamo posizionati dietro uno  striscione ed ognuno di noi mostrava un cartello con dei messaggi di protesta. Il mio recitava: “Il lavoro non ha bandiere”. Scrivere “Il lavoro non ha bandiere” è incompleto bisognerebbe aggiungere che   il lavoro  è esso stesso una bandiera. E’ la bandiera della lotta per la presa del potere da parte della classe lavoratrice. Per non soccombere  bisogna esporla quella bandiera, esibirla  sempre e  in ogni luogo. 

Il potere sta nelle mani dei lavoratori è un dato inconfutabile. Fino a quando la scienza non riuscirà a trovare una enzima in grado di indurre  l’apparato digerente umano a metabolizzare  la carta filigranata dei soldi,  o la cellulosa delle cedole azionarie, ci sarà  sempre bisogno di qualcuno in grado di  produrre  pane e mortadella, e di qualcun altro abile a realizzare i macchinari e le strutture necessarie per fare sia il pane che la mortadella.  C’è bisogno, cioè, di quei lavoratori che per quanto bistrattati, derisi, ridotti a schiavi, sono la base per il procedere della vita. Non è un potere da poco, a pensarci bene, e come tale andrebbe rivendicato con forza.  

E' dunque  necessario un salto di qualità nell’agire il conflitto . I ragazzi di vertenza frusinate, stremati dalla permanenza ad oltranza nel salone provinciale, sono in lotta per ottenere, mi sia consentita la brutalità,  l’elemosina di un  prolungamento della  mobilità, o di un salario da fame come  lavoratore socialmente utile, o la miseria di un reddito minimo garantito.  Si sono confrontati a tutti i livelli istituzionali locali (Comuni, Provincia, Regione) senza ottenere neanche lo straccio di una questua . L’ultimo calcio in faccia risale all’altro ieri quando, ricevuti dall’assessore regionale al lavoro  Lucia Valente, si sono visti rifiutare il prolungamento  della mobilità, misura di competenza del governo centrale. Alla Regione,  infatti, spetta solo la somministrazione della cassa integrazione in deroga. Dunque, è stato il suggerimento, che si mobilitino gli eletti della provincia per esercitare pressioni sull’esecutivo affinchè si riesca ad ottenere un provvedimento governativo ad hoc. I ragazzi di vertenza frusinate hanno deciso di continuare il presidio in provincia, fino a quando non si concretizzerà l’incontro con i deputati, Frusone, Pilozzi e i senatori Scalia e Spilabotte, per sollecitare l’impegno governativo. 

E’ sacrosanto coinvolgere le Istituzioni, organi deputati a risolvere questo problema, così come è indispensabile, per tirare avanti, ottenere un minimo di retribuzione, sia essa derivata da mobilità o da reddito minimo. Ma bisogna andare oltre, alzare il livello dello scontro, imporre quella bandiera del lavoro prima citata. Un vessillo che la globalizzazione, cui l’Unione Europea è elemento integrante, ha dissolto, bruciato. La vicenda di vertenza frusinate, è una dei tanti sfaceli prodotti dalla natura liberista di questa Unione Europea,   dei governi nazionali e locali,  braccio armato dello sfruttamento capitalistico finanziario. 

La storia della Videocon è emblematica in questo senso. Nel 2005 la Thomson, proprietaria dell’azienda di Anagni , decide di cedere l’unità produttiva, in forte attivo,  alla plurimiliardaria famiglia indiana dei Dooth,  maggiori azionisti del marchio Videocon. Tale operazione genera importanti dividendi sia per gli azionisti francesi che per gli indiani, ma mette a rischio il futuro di 2.400 lavoratori. La Videocon, presentando un piano industriale basato sul rilancio produttivo del sito anagnino, ottiene fondi dalla Regione, allora guidata da Marrazzo, e dalla Provincia il cui presidente era Scalia (ironia della sorte  lo stesso che deve adoperarsi per  ottenere  la proroga della mobilità per gli operai). Inoltre può godere di linee di credito agevolate e di un finanziamento europeo di 180 milioni. 

In realtà quel mirabolante piano industriale si risolve nello stoccaggio nel sito di Anagni di vecchi macchinari comprati, a prezzo di ferro vecchio, da una vetusta  fabbrica di Taiwan. Ferraglia  del tutto  insufficiente per portare avanti la produzione. Il fallimento è la naturale conseguenza. I miliardari indiani, dopo aver intascato ingenti dividendi azionari,  i soldi pubblici di Regione, Provincia ed Unione Europea, si ritirano in buon ordine,  producendo la macelleria sociale di 1197 disoccupati. Siamo di fronte ad un’ordinaria storia di speculazione finanziaria, che ha prodotto immani profitti per gli azionisti e la disperazione per i lavoratori. Il tutto foraggiato da soldi pubblici.

 Alla luce dei fatti, non basta battersi per l’elemosina di un ammortizzatore sociale, si deve obbligare i dirigenti locali di allora, Marrazzo e Scalia, a rendere conto dell’incauto finanziamento concesso alla Videocon, ricorrere presso la Corte europea per i diritti Umani  affinchè si ottenga la restituzione dei fondi dalla  famiglia Dooth, ottenere  da parte dello Stato la nazionalizzazione della Videocon e affidarne la gestione agli operai licenziati. 

Se si sono trovati venti milioni di euro per finanziare le banche, non è un problema trovare i soldi per acquisire  la fabbrica di Anagni. Ciò è contrario alle normative Europee? Un motivo in più per unire, alla lotta per un lavoro decente, la lotta per il rifiuto di questa Unità Europea. La bandiera del lavoro esiste, facciamola sventolare alte e fiera, non solo per i diritti dei lavoratori, ma anche per il dissolvimento del sistema capitalista. 

Rifondazione a Congresso Ancora un progetto di collaborazione di classe?

Alberto Madoglio
 

Dal 31 marzo al 2 aprile si svolgerà a Spoleto il Congresso nazionale di Rifondazione Comunista. E’ un’assise che cade in un momento certamente non ordinario. Entriamo nel decimo anno di crisi dell’economia mondiale,  venticinque dalla nascita di quel partito. Ciò induce a riflessioni su un bilancio di questa esperienza politica.

Il fallimento di una politica
Diciamo fin da subito che, al di là dei richiami alla Rivoluzione d'Ottobre sulla tessera 2017 e al di là di una certa retorica "rivoluzionaria" che traspare dai due documenti contrapposti in discussione, Rifondazione non fa nessun bilancio autocritico e non rompe con le fallimentari politiche che l’hanno condotta nel profondo stato di crisi in cui si trova. E questo nonostante lo stato di crisi del partito guidato da Paolo Ferrero.
Sono gli stessi documenti che danno un giudizio impietoso sullo stato di Rifondazione. Dai circa 130.000 iscritti del 1997 si è arrivati, con un costante e irrefrenabile calo, ai 17000 del 2015. Si consideri che in generale il numero dei militanti con un minimo di attività è sempre stato calcolato, in questo partito, corrispondente a circa il 10% degli iscritti.
Ma quello che più balza all’attenzione è che anche con questi numeri, che se reali non sarebbero comunque insignificanti, in realtà 
il partito non è in grado ad oggi di dotarsi al livello locale, di un minimo di struttura organizzativa. Tantoché nel testo di maggioranza si fornisce come obiettivo per l’immediato quello di avere, per ogni federazione, un tesoriere,  un responsabile organizzativo, uno del lavoro di massa e financo un segretario.
Affermare che la presenza di queste figure non è più derogabile, vuol dire che non è stato così fino ad oggi. Ciò segnala la differenza che passa tra un partito che, pur tra mille difficoltà, esiste, e un altro che, al di là dei numeri, in molte sue federazioni rimane solo sulla carta e in tante città ormai non si vede più nemmeno nelle manifestazioni.
Questo quadro, senza dubbio drammatico, riteniamo sia il frutto delle scelte politiche fatte da Rifondazione fin dalle sue origini e ribadite anche negli ultimi anni contribuendo al consolidarsi della situazione che i suoi stessi dirigenti descrivono.

La retorica del "comunismo"
La “rifondazione comunista” non è stata mai un aggiornamento del marxismo sulle proprie basi, non ha mai significato il rivendicare, non solo nelle parole ma nei fatti, la necessità di una rottura rivoluzionaria del sistema capitalistico.
Si è trattata in realtà - almeno nelle intenzioni dei vari gruppi dirigenti che si sono succeduti - di un’operazione in cui il richiamo al comunismo era qualcosa di molto vago, sentimentale, che serviva solamente a occupare lo spazio politico e elettorale che si apriva con lo scioglimento del Pci, e di conseguenza  garantire la sopravvivenza a un apparato politico che negli anni ha assunto dimensioni notevoli. Per i militanti e gli elettori si trattava di vivere nella speranza, meglio nell’illusione, che grazie alla combinazione di peso istituzionale e presenza nei movimenti e nel sociale, per usare termini cari ai gruppi dirigenti, si sarebbero potuti ottenere miglioramenti per le classi popolari del Paese.
In realtà non è mai stato così: e lo dimostrano le varie esperienze di partecipazione a governi di centrosinistra, a livello nazionale o locale, che non ricordiamo qui nel dettaglio ma delle quali abbiamo trattato svariate volte sulla nostra stampa e sul nostro sito web. Questo progetto di collaborare con la "borghesia progressista" ha fallito per due secoli e tanto più si dimostra fallimentare nel pieno di una crisi economica profondissima del capitalismo, che rimuove ogni spazio seppur minimo per concessioni e richiama al contrario l'esigenza imperiosa (per la borghesia e i suoi governi) di sferrare politiche di attacco frontale alle masse popolari, di smantellamento dello "stato sociale".
Politiche a cui per anni Rifondazione ha dato una copertura di sinistra.

Due documenti ma poche differenze
Come dicevamo all’inizio, dai testi congressuali non si evidenzia una rottura radicale col passato ma al contrario si riafferma nella sostanza la pratica fino a oggi seguita, magari infarcendola di qualche frase radicale, ma nulla più.
I due documenti alternativi non offrono nemmeno differenti ipotesi strategiche, tant’è che i sostenitori del testo di minoranza ammettono che avrebbero preferito un documento a tesi emendabile, ma a causa del rifiuto del gruppo dirigente di Ferrero, sono stati costretti a presentare un testo alternativo. Questa premessa chiarisce oltre ogni dubbio quanto sulle scelte di fondo i due raggruppamenti congressuali non siano in realtà alternativi.
Certo in entrambi i documenti è presente una fraseologia di sinistra abbastanza marcata, ma non potrebbe essere diversamente: le politiche anti-operaie particolarmente dure degli ultimi governi, il peggioramento delle condizioni di vita, dei diritti politici e sindacali dei lavoratori, richiedono a Rifondazione - se vuole indicare una ragione per la sua esistenza - l'uso almeno di "frasi rosse". Ma è chiaro che qualche parola da sola fa ben poco, se ad essa non corrispondono le intenzioni reali.
 E andando a leggere con attenzione i testi si può osservare come ad affermazioni perentorie non corrispondano altrettanto perentorie conclusioni.
Si fa una analisi della enorme concentrazione di ricchezza che si è avuta in questi anni, mentre centinaia di milioni di lavoratori vedevano diminuire il proprio salario e resa sempre più precaria la propria condizione lavorativa. Si afferma  correttamente che quella che stiamo vivendo è una crisi dovuta all’abbondanza e non alla miseria (così come lo sono tutte le crisi in epoca imperialista), spiegando che il capitale ha difficoltà a riprodursi: anche se si poi si argomenta questo fatto facendo propria la tesi del "sottoconsumo", cioè di salari troppo bassi per acquistare le merci prodotte; dando cioè peso solo a una delle due facce della crisi, essendo l’altra, quella decisiva, legata alla caduta del saggio di profitto. Poi però si ritorna, specie nel documento di maggioranza (Ferrero), a vagheggiare fantomatiche soluzioni neokeynesiane, come se il loro abbandono dalla metà degli anni Settanta non fosse stato inevitabile, in una società fondata sul profitto.

Il governo greco come stella polare
Si afferma, in entrambi i documenti, che l’Unione Europa non è riformabile, di come l’euro sia lo strumento attraverso il quale la borghesia imperialista europea estrae profitti a danno dei lavoratori e condanna allo stato di semi colonia i Paesi del sud e dell’est Europa, ma dopo questa analisi corretta ci si limita a chiedere l’abolizione del fiscal compact, la ristrutturazione del debito pubblico e la creazione di una Banca Centrale Europea che "risponda ai parlamenti". Seminando così illusioni che le istituzioni, anche quelle presunte democratiche, siano super partes e non funzionali al dominio del capitale. Dell’unica rivendicazione realmente progressista davanti al disastro dell’Europa di Maastricht, cioè quella della lotta per gli Stati socialisti d’Europa e di un conseguente programma politico attraverso il quale concretizzarla, non c’è la minima traccia.
Al contrario si continua a guardare con fiducia (documento di maggioranza) o a criticare timidamente (documento di minoranza), governi come quello di Syriza, che in Grecia è stato lo strumento attraverso il quale la borghesia del vecchio continente ha imposto i suoi diktat al proletariato ellenico.
Si riconoscono ed evidenziano gli squilibri che stanno mettendo in discussione i vecchi rapporti tra le potenze a livello mondiale, affermando (testo di maggioranza) che non esistono campi progressisti né tanto meno socialisti ai quali rifarsi. Ma si liquida, in entrambi i documenti, una situazione di ascesa delle lotte come quella del Brasile (e lo stesso si fa con altre degli ultimi anni) come un golpe ordito dall’occidente ai danni di esperienze di governo “progressiste”.

La Costituzione come limite invalicabile
Per quanto riguarda l’Italia, la assenza di opposizione da parte delle organizzazioni sindacali alle politiche del governo, viene spiegata come un errore, seppure drammatico, ignorando come il ruolo delle burocrazie sindacali sia stato qualcosa di qualitativamente diverso. Quella degli apparati di Cgil e Fiom è stata un’azione cosciente per evitare che anche in Italia, come in Grecia, Spagna e da ultimo Francia, prendesse vita una opposizione di lotta delle masse contro le politiche di austerità. Quello che non si dice nei testi (in particolare in quello maggioritario) è che Camusso e Landini sono stati i garanti non solo della pace sociale, ma della guerra dei padroni contro i lavoratori senza che ci sia stata (almeno fino ad ora), una resistenza adeguata, in cambio della conservazione dei loro privilegi per i loro apparati.
Con queste premesse dunque l’asse fondamentale di riferimento viene identificato nella Costituzione Repubblicana.
Per gli uni, maggioranza ferreriana, sarebbe addirittura alla base di un programma di transizione verso il socialismo. Per gli altri, un compromesso tra capitale e lavoro ma che presenterebbe punti di rottura e incompatibilità col sistema capitalistico. Il fatto che la Costituzione fu lo strumento attraverso il quale si favorì e si sancì la fine del periodo rivoluzionario del 1943/48 e che per settant’anni ha consentito alla borghesia di prosperare per i presentatori dei due documenti resta un fatto ignoto.

Un riformismo senza riformePotremmo fare decine di esempi che comprovano quanto la retorica rivoluzionaria e barricadera di alcune frasi scada poi in un riformismo senza riforme che permea fino nel profondo i due documenti. Ma più dei documenti, delle parole, delle polemiche congressuali, crediamo sia l’azione concreta, quotidiana che confermi quanto i gruppi dirigenti di Rifondazione non vogliano fare realmente un serio bilancio del proprio passato. Il continuare a essere presente, seppur in numero ridotto rispetto al passato, in giunte locali a fianco dei partiti borghesi, prova che l’illusione che il capitalismo possa essere governato nell’interesse dei lavoratori rimane il punto centrale dell’azione di quel partito. Così l'evitare di  affermare la propria indisponibilità a ogni futura alleanza elettorale "progressista" è il viatico a un alleanza col Pd o con Dp di Bersani. Così non partecipare al processo di ricomposizione sindacale su basi genuinamente anti concertative, in cui spicca l'azione del Fronte di Lotta No Austerity, prova che gli appelli all’unità tra i lavoratori sono mere petizioni di principio.   Il voler costruire un partito di tesserati e non di militanti, non dotarsi di un chiaro programma rivoluzionario sono la dimostrazione che i richiami alla attualità della Rivoluzione d’Ottobre non sono sinceri, ma utili solo a fare un’operazione nostalgia per fini elettorali.  
Sappiamo che, nonostante la sua crisi, ancora tanti giovani e lavoratori guardano con interesse alle sorti di Rifondazione Comunista. A queste compagne e compagni va tutto il nostro rispetto perché sappiamo di condividere gli stessi interessi di classe.  Allo stesso tempo ribadiamo che non sarà Rifondazione Comunista l’organizzazione che potrà rappresentare un argine agli attacchi del capitale e dei suoi governi al mondo dei lavoratori:  né col documento di Ferrero né con quello della pur consistente minoranza.        
Ci rivolgiamo dunque a tutte le compagne e compagni di quel partito che come noi credono che la storia non sia finita col crollo del Muro di Berlino,  che credono che il capitalismo non abbia nulla di positivo da offrire all’umanità, invitandoli a fare quel bilancio dl quarto di vita di Rifondazione che non è presente in nessuno dei due documenti congressuali. Per poi prendere atto che bisogna costruire realmente una alternativa di classe comunista e rivoluzionaria al dominio del capitale. In questo lavoro sono impegnati le compagne e i compagni di Alternativa Comunista: consapevoli che le loro solo forze non bastano certo per un progetto tanto ambizioso, che è necessario unire le forze: non a partire dalle idee particolari di questo o quel gruppo, ma sulla base degli elementi essenziali del programma rivoluzionario che vinse cento anni fa, nel 1917: indipendenza di classe dalla borghesia e dai suoi governi, costruzione di un partito radicato nella classe operaia, un partito di lotta (per cui la partecipazione elettorale è solo un elemento secondario per sviluppare propaganda), un partito che cerca di portare nelle lotte quotidiane il socialismo, un partito internazionalista, cioè partecipe da subito della costruzione dell'internazionale rivoluzionaria.
 

venerdì 24 marzo 2017

Sabato scegli l’Europa delle lotte e dei lavoratori contro quella del capitale e delle guerre. Con intervista a Vladimiro Giacchè

 Militant blog collettivo politico comunista.


Domani scenderà in piazza la vera “altra Europa”: quella delle lotte sociali, del conflitto, del lavoro, dei poveri, dei migranti e dei precari. E’ l’Europa popolare e subalterna contrapposta all’Europa delle banche, della finanza, delle guerre, del liberismo, delle nuove schiavitù, dei razzismi. Sembra stanca retorica, eppure mai come domani, in questo ventennio di accelerazione europeista, la contrapposizione assumerà caratteri così spiccatamente simbolici. Nelle sedi istituzionali della città vetrina verrà celebrata la razionalità neoliberale del progetto europeista: capi di Stato e di governo bivaccheranno in un centro anestetizzato della sua popolazione; da Porta San Paolo – origine della Resistenza romana – prenderà forma il rifiuto dell’Unione europea e delle sue intrinseche politiche liberiste. Una manifestazione che segna una rottura anche nella sinistra. La forza materiale dei processi storici impone oggi una critica all’Unione europea. Una critica che, ovviamente, non esaurisce lo spettro delle proposte politiche, ma che al tempo stesso diviene elemento necessario al proprio posizionamento: o con questa Unione europea o contro di essa. Sarà sempre più questo il terreno di scontro dei prossimi anni, e non perché lo decidiamo noi, ma perché questo è imposto alla popolazione europea nel suo insieme: o lo affrontiamo, o i “populismi” saranno destinati a egemonizzare il campo del dissenso politico verso le élite dominanti. Peraltro, il vertice sarà tutto fuorché rituale o meramente celebrativo: verranno invece poste le fondamenta per un salto qualitativo del processo europeista in grado di rispondere alla crisi economica, politica e di consensi di cui è vittima la Ue come istituzione e come narrazione politica. Di seguito, una breve intervista a Vladimiro Giacchè, che aiuta alla comprensione del vertice stesso e di cosa si nasconde dietro le proposte di “difesa comune” e di “doppia velocità” di cui si è tanto parlato in questi mesi. Ci vediamo domani, ore 14.30, da Porta San Paolo: contro Unione europea e liberismo.

D. Le celebrazioni per il 60° anniversario del trattato di Roma, atto costitutivo dell’architettura economica e politica della Ue, sembrano ai più, ormai, non soltanto una stanca e vuota cerimonia ma un momento politico in cui andranno a maturare alcuni passaggi politici significativi. Concordi su questo scenario o lo ritieni un evento solo formale?
R. L’evento in sé potrà senz’altro essere “solo formale”. In fondo oggi qualunque celebrazione dei Trattati di Roma che ambisse ad essere qualcosa di diverso farebbe emergere di necessità le fratture profonde che attraversano l’Unione Europea, la diversità delle diverse agende nazionali e l’insussistenza di quel “sentire comune europeo” che ormai esiste soltanto nella retorica ufficiale. Questo però non toglie che la “Deep Union” continui a procedere, nonostante e contro le opinioni pubbliche dei diversi paesi, in una direzione fortemente voluta dalle tecnocrazie europee e dall’establishment: quella di un’integrazione sempre più inestricabile, e al tempo stesso sempre più antidemocratica. Per avere un’idea di come l’agenda di queste élites sia distante da un orizzonte democratico basterà citare due casi recenti: quello del polacco Tusk (presidente del Consiglio Europeo) e quello di Djisselbloem (presidente dell’Eurogruppo). Nel primo caso il governo polacco ha fatto sapere di essere contrario alla riconferma, ma la riconferma è avvenuta lo stesso; nel secondo caso il partito laburista guidato da Djisselbloem ha perso i tre quarti dei voti alle ultime elezioni olandesi – e ciò nonostante sembra ci sia l’intenzione di riconfermare questo signore (peraltro recentemente autore di frasi razziste all’indirizzo dei paesi del Sud Europa) alla guida dell’Eurogruppo. Non si tratta di episodi di poco conto: in entrambi i casi emerge la totale autoreferenzialità dei politici “prestati all’Europa” nei confronti del proprio elettorato – che poi dovrebbe essere la loro fonte (diretta o meno) di legittimazione. Ma tutto questo avviene nella noncuranza generale, come se fosse la cosa più normale del mondo. Questa è l’Europa che si ha l’impudenza di proporre quale orizzonte di democrazia al resto del mondo (ultimamente anche agli stessi Stati Uniti – impossessandosi parodisticamente dello strumento propagandistico dagli stessi Stati Uniti forgiato e utilizzato durante la Guerra Fredda in funzione antisovietica).
D. Nell’agenda politica della Ue ci sono alcune questioni decisive da sciogliere, dopo le dure batoste subite nell’ultimo anno con la Brexit e la sconfitta referendaria del 4 dicembre scorso in Italia e la caduta di Renzi. Forze centrifughe stanno mettendo a rischio l’assetto interno del comando Ue. Sui banco di prova dei prossimi mesi ci sono due questioni: la prima è la crescente divaricazione tra il gruppo ristretto di paesi del nord Europa, che vede saldamente al comando la Germania, e i paesi del sud la cui condizione è di totale subalternità alle politiche di Francoforte e Bruxelles; dall’altra il tentativo contraddittorio di accelerazione del processo di integrazione militare europea. Quale scenario tendenziale ritieni più probabile al momento su questi due punti dirimenti?
R. I due aspetti sono connessi. Non è infatti un caso che, proprio in un contesto che vede lo spostamento sempre più netto dei rapporti di forza intraeuropei a vantaggio dei paesi del nord e a svantaggio di quelli del sud, si cominci a parlare di un’integrazione maggiore sul piano militare. Non mi sembra difficile vedere nell’accelerazione verso l’esercito europeo anche uno strumento per blindare un’unità europea sempre più lontana nei fondamentali economici e sempre più asimmetrica e squilibrata, oltreché socialmente ingiusta (tra paesi e all’interno dei singoli paesi). Credo che si sbagli nel considerare i tentativi di riarmo integrato europeo esclusivamente nel contesto della accentuata dialettica verso gli Stati Uniti di Trump. Il dato principale è il tentativo di costruire un ulteriore collante di un’Unione sempre più in crisi di identità e sempre più drammaticamente divaricata. Si è detto spesso che l’euro è una moneta senza esercito. Ora si vuole creare un esercito per l’euro. Si tratta di un ulteriore tassello di una politica di integrazione che ormai è ben oltre lo stesso funzionalismo di Robert Schumann: l’integrazione procede attraverso la politica dei fatti compiuti, una politica che tende a mettere in piedi processi irreversibili, tali da resistere contro la stessa volontà dei popoli europei. Questa almeno è l’intenzione: ma al tempo stesso queste operazioni aumentano la rigidità del sistema e quindi lo rendono più esposto al rischio di un crack. Si tratta di un rischio sempre più concreto. La storia è piena di oligarchie che contro la realtà hanno finito per rompersi la testa – e in qualche caso per perderla in senso non solo metaforico.

Giovani Comunisti contro l'UE.

Luciano Granieri




Il Fronte della Gioventù Comunista,  in un’assemblea   organizzata presso la sala consigliare del palazzo della Provincia a Frosinone, ha spiegato la propria  linea politica nei confronti dell’Unione Europea. L’incontro, svoltosi ieri sera, aveva lo scopo di aprire un ampio  dibattito  sulla necessità  di uscire dall’ UE. Il tavolo dei  relatori, invitati da Gianluca Evangelisti del Fronte della Gioventù Comunista di Frosinone, era composto da Tiziano Censi, responsabile regionale della formazione giovanile comunista, già candidato Presidente del VII Municipio all'Assemblea capitolina per il Partito Comunista, Fabio Massimo Vernillo componente del comitato centrale del Partito Comunista. 

Al saluto di  Gino Rossi, portavoce di disoccupati ex VDC costituiti  nel movimento “Vertenza Frusinte”  - riuniti  in assemblea permanente per rivendicare oltre che il posto di lavoro, il prolungamento degli ammortizzatori sociali - è seguito l’intervento di Tiziano Censi.   La relazione del giovane dirigente comunista è stata lucida  e rigorosa. Ha inquadrato perfettamente la situazione, svelando ciò che si nasconde dietro la menzogna dell’Europa dei Popoli. Un  enorme terreno predatorio   in cui i grandi monopoli e le  lobby speculativo-finanziarie, mietono le loro vittime fra i lavoratori e gli studenti, depredando ulteriormente quel popolo del 99% di sfruttati che possiede una ricchezza pari al restante 1% di super ricchi.  

Censi  ha spiegato come la burocrazia di Bruxelles sia manovrata direttamente da queste mega entità economiche, le quali,  possiedono parte dei  loro uffici vicino ai palazzi delle Istituzioni Europee. Ciò al fine  di indirizzare, controllare e condizionare, per il proprio profitto,  le politiche riguardanti  tutti i cittadini. Politiche che incidono quotidianamente sulla carne viva delle persone non solo del vecchio continente ma di tutto il mondo globalizzato. Il jobs act rientra nella logica, imposta dall’UE tesa a rendere il lavoro una variabile da sacrificare sull’altare della competitività. Come non rilevare che l’abolizione dell’art.18 rende i lavoratori schiavi, destinati ad accettare ogni sopruso pur di non essere licenziati. Stesso dicasi per la Buona, si fa per dire, Scuola, altro mostro  renziano emanazione diretta dei diktat europei, dove l’alternanza scuola-lavoro non produce altro che mano d’opera gratuita per le grandi multinazionali, Mc Donald’s in primis. 

L’analisi è stata condivisa dall’altro relatore, Fabio Massimo Vernillo, il quale ha messo in risalto  che nessun correttivo è possibile per un’ Unità Europea concepita in funzione del pieno sviluppo capitalista e liberista. L’unica alternativa è rigettare questo disegno e ripensare le dinamiche dei rapporti sociali e politici mondiali nell’ottica di un’organizzazione in cui il potere sia nelle mani dei lavoratori e di coloro che oggi sono sfruttati. Per fa ciò, ha aggiunto Vernillo, è necessario  riorganizzare   una  stretta collaborazione e condivisione fra studenti e lavoratori. Un sodalizio che fra gli anni e ’60 e ’70, grazie alle grandi lotte ingaggiate sui temi dei diritti sociali, era riuscito ad ottenere   importanti conquiste sui diritti  del lavoro, sulla sanità e  sull’istruzione pubblica. 

Il dibattito è proseguito con interventi e domande. Un ragazzo di chiara estrazione riformista, ha riproposto  la  tesi mainstream basata su un’Unità Europea, sicuramente  da correggere, ma  indispensabile a  combattere le derive antidemocratiche dei cosiddetti populismi, e  necessaria a difendersi in modo più incisivo dal terrorismo. Evidentemente le basi di questo ragionamento non contemplano le ragioni liberiste su cui è stata pensata un’unione che è solo economica. Marina Navarra, dirigente provinciale di Rifondazione Comunista, portando il saluto del segretario, Paolo Ceccano,  e dei militanti,  ha condiviso le posizione del Fronte della Gioventù Comunista. Temi compresi anche nella seconda mozione, da lei votata,  presentata al congresso nazionale di Rifondazione. Un documento  nel  quale si auspica la rottura con questo modello di Unità Europea. Una visione  che si differenza da quanto espresso nella prima mozione, quella maggioritaria, favorevole ad ampi correttivi in senso politico e sociale delle dinamiche europee, piuttosto che  il  rifiuto  del processo unitario. 

Un ragazzo ha posto il problema di come attuare azioni più immediate contro le derive liberiste, considerando il processo di  percezione e condivisione della natura anticapitalista dell’UE lungo e complicato. Un tema che ha ripreso anche il sottoscritto suggerendo come, un’ uscita dall’euro, la conseguente nazionalizzazione delle banche, il rifiuto da parte dei Paesi del sud Europa di pagare il debito, il rigetto del  fiscal compact, possano costituire prime azioni di sabotaggio al vorace ingranaggio capitalistico-finanziario.  

Al di la delle posizioni emerse,  e delle varie appartenenze, è scaturita  la volontà di costruire una casa comune su questi temi. Una costruzione in cui, partendo dalla condivisione del rifiuto di un’ Unione liberista,  si  avvii  un percorso condiviso  per l’ottenimento di una comunità   internazionale anticapitalista e liberista.  

In termini numerici, la partecipazione si è rivelata  in linea con tutte le iniziative politiche che di solito si tengono nel Capoluogo, una città, assolutamente dormiente sulle questioni sociali e politiche. Un fatto nuovo è però emerso: l’età media dei partecipanti abbondantemente al di sotto dei  venticinque anni. Se non avesse partecipato, oltre al sottoscritto, Marina Navarra ,Fabio Massimo Vernillo,  militanti sulla cinquantina, l’età media avrebbe potuto essere anche più bassa. Pure  gli inviati del quotidiano “l’Inchiesta” di Frosinone, Luca Claretti e Matteo Ferazzoli, sono ragazzi, giovani e pieni di speranze rivoluzionarie (è una mia valutazione non  me ne vogliano Matteo e Luca). 

Dunque non è vero che la passione politica non si addice al mondo giovanile. E’ una pericolosa e ingiusta semplificazione considerare i giovani una massa  disinteressata e nichilista. Il dibattito di ieri dimostra come  importante sia la militanza di  ragazze e ragazzi consapevoli, informati , e combattivi. E’ una presenza che lascia ben sperare in un futuro dove la lotta sociale potrà avere un’importante evoluzione . Sta però a noi, vecchi militanti , fare un passo indietro, lasciare che questa nuova generazione possa trovare un suo spazio importante, predominante. 

Forse uno dei tanti errori compiuti  è stato proprio quello di soffocare, in virtù di un protagonismo comune a molti di noi, il sottoscritto in primis, l’affacciarsi di nuovi soggetti. Non si tratta di passare la mano e ritirarsi in buon ordine, ma è necessario mettere a diposizione la nostra esperienza con il suo portato di sconfitte e vittorie, alle  forze giovani che si stanno affacciando nel panorama politico, e aprire con loro un nuovo capitolo  di lotta decisamente più incisivo.




mercoledì 22 marzo 2017

Quella sera che Miles fu aggredito dalla polizia.

Luciano Granieri



Continuiamo a stupirci per i provvedimenti razzisti adottati dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, tale stupore segue allo sbigottimento provocato dall’elezione stessa di Trump, giudicato dai più, inadatto alla presidenza della più grande potenza mondiale. In realtà non c’è  nulla da stupirsi perché l’America che ha scelto Trump ha una tradizione razzista secolare. In  un quadro di nichilismo e sfiducia, determinato dalla delusione per le politiche sociali promesse da Obama, solo parzialmente realizzate, e dal fallimento generale del partito democratico  , la scelta di Trump era nelle cose. 

L’aspetto profondamente reazionario, classista e razzista americano emerge con forza nella  storia della musica jazz.  La discriminazione non riguarda solo il colore della pelle, ma anche la disponibilità economica, il credo politico. Il  jazzista nero povero, e magari comunista,  era l’icona del nemico numero uno per la società statunitense. Talmente radicato era l’odio della società ortodossa americana per i neri, che gli strali razzisti colpirono anche colui il quale, senza tema di smentita, è da considerarsi uno dei più famosi, se non il più famoso, jazzista del mondo, Miles Davis. 

Miles proveniva da una famiglia borghese, il padre era un dentista. A differenza di altri musicisti della sua età, che faticavano a sbarcare il lunario, Davis percepiva  dai genitori  una somma mensile che gli consentì dal ’45 al ‘47  di vivere a New York, comodamente nonostante la sporadicità dei primi ingaggi. Egli  non aveva particolari propensione alla rivendicazione politica, se non l’atteggiamento supponente ed irridente verso il pubblico, retaggio ereditato dalle esibizioni sostenute  affianco dei boppers. Un artista , dunque,  dotato di tutte  quelle caratteristiche indispensabili per  essere accettato dalla società borghese americana, tranne il colore della pelle. 

Probabilmente fu il primo jazzista  la cui notorietà travalicò l’ambito musicale. Nel 1958 la rivista Time pubblicò un servizio dedicato alla sua carriera. Life International lo inserì in un elenco di quattordici  personalità di colore che avevano “recato un significativo contributo nel campo   della scienza, della legge,  degli affari, dello sport, del divertimento, dell’arte, della letteratura, del mantenimento della pace fra gli uomini”. Nel marzo del 1959, Esquire, una sofisticata rivista dedicata ad una platea  d’èlite,  pubblicò un lungo articolo su di lui a firma di Nat Hentoff. Il suo sestetto era il più richiesto ed il più pagato. Miles era diventato una vera star, paragonabile alle più grandi stelle del rock. La gente lo venerava, quando suonava Miles non si andava ad un concerto di jazz ma  ad un concerto di Miles Davis. Il trombettista di Alton poteva permettersi vestiti firmati e girare in Ferrari. 

Nonostante ciò la furia razzista della polizia americana si abbattè anche su di lui. Nell’agosto del 1959  era di scena con il suo sestetto al Birdland a Brodway. Era una serata afosa e durante una pausa dell’esibizione accompagnò una ragazza fuori dal locale per chiamale un taxi. Disgraziatamente per lui la ragazza era bianca e un nero che accompagnava  una bianca, per la polizia, era un fatto poco ortodosso. Il taxi fece accomodare  la passeggera e Miles rimase fuori dal locale a prendere una boccata d’aria. Un poliziotto di ronda lo avvicinò minaccioso gli intimò di andarsene: “Lavoro qui” replicò Miles aggiungendo  che voleva semplicemente prendere un po’ di fresco e presto sarebbe tornato nel locale. Il poliziotto, non credendo a ciò   che il presuntuoso negro gli stava dicendo,   domandò a Miles se si riteneva “un tipo intelligente” e insistette: “se non ti muovi ti caccio dentro”. “Avanti cacciami dentro” fu la risposta di Miles. 

Mentre i due stavano discutendo un secondo poliziotto  piombò alle spalle di Davis e iniziò a picchiarlo selvaggiamente alla testa con il manganello. Coperto di sangue Miles fu portato in prigione e gli venne sequestrata la tessera temporanea di lavoro. A New York non si poteva lavorare senza quella tessera. Una piccola folla aveva assistito alla scena arrivando a bloccare il traffico. Più tardi la gente si raccolse davanti al 54mo distretto dove era stato condotto l’arrestato. Miles fu rilasciato il giorno dopo dietro il pagamento di una cauzione di mille dollari. Le contusioni gli costarono cinque punti di sutura in testa. “Mi hanno picchiato come un tamburo” osservò. Un testimone oculare commentò: “E’ stata la più orribile e brutale scena che mai mi sia capitanato di vedere. La gente gridava al poliziotto di non ammazzare Miles”. 

L’incidente ebbe vasta eco sulla stampa newyorkese ovunque si lessero commenti indignati e si dimostrò grande simpatia per il trombettista. L’Amsterdam News, diffusissimo giornale della comunità nera, diede risalto alla vicenda osservando che Davis aveva subito una violenza di “stampo sudista”. Miles fu accusato di condotta turbolenta e di aggressione. I due poliziotti sostennero che era stato lui  a fare la prima mossa violenta: “Davis aveva impugnato un bastone e si accingeva ad aggredire  il mio collega, per quello sono stato costretto a colpirlo sulla testa ” fu la versione del secondo poliziotto. Miles si difese dicendo di aver cercato di proteggere la sua bocca dalle percosse per non riportare danni alle labbra  e quel movimento forse aveva dato l’impressione che egli volesse prendere un bastone. 

A seguito di un telegramma inviato dalla sezione 802 della Federazione musicisti d’America al commissariato di polizia, nel quale si chiedeva un’indagine esauriente, a Miles Davis fu restituita la tessera del lavoro. Solo nell'ottobre  del 1960 Miles Davis fu scagionato  dall’accusa di aver tenuto un comportamento turbolento, ma rimase imputato del  reato di aggressione. Qualche tempo dopo cadde anche quest’ultima imputazione. Emblematiche la parole del giudice che emise la sentenza: “Sarebbe una falsa giustizia quella che considerasse la vittima di un arresto illegale colpevole di aggressione nei confronti di chi procede all’arresto”. 

Questo aneddoto, dalla notevole rilevanza perché capitato ad uno dei più famosi musicisti d’America e mondiale, dimostra che la violenza verso i neri e l’odioso humus razzista, non ha mai abbandonato buona parte della società americana. Con l’avvento di Trump la lotta per i diritti civili diventa più difficile e aspra. Speriamo che movimenti come “black lives matter”, grazie all’appoggio di altre organizzazioni sociali  e   di una consistente parte di società  non imbarbarita possano continuare la loro battaglia per una convivenza più civile non solo in America ma in tutto il mondo. E’ una lotta difficile e dura perché combatte un pregiudizio, ma non continuare a lottare anche con l’aiuto dei musicisti e del mondo della cultura sarebbe delittuoso.

Good vibrations.