Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

domenica 23 luglio 2017

Resistenza di una diva

Luigi Onori

Il mito di Joséphine Baker rivive in un album omaggio del pianista Gerardo Iacoucci, che la accompagnò nella sua rentrée dei '70. «Il suo fascino era ancora straordinario. Mi rattrista che in molti l’abbiano dimenticata»


È stato di recente pubblicato un cd che rievoca il repertorio e il personaggio di Joséphine Baker, ballerina e cantante morta nel 1975 in Francia a 69 anni. Dis-nous, Josèphine (take records) nasce dalla volontà di Gerardo Iacoucci, pianista e didatta jazz di valore, che fu al suo fianco nei concerti italiani degli anni ’70. Iacoucci ha arrangiato, con il contributo di Paola Massero e Filiberto Palermini, una quindicina di brani della Baker, accendendo i riflettori su una figura dimenticata quanto straordinaria. Nata nel 1906 a St.Louis, ha lottato tutta la vita contro il razzismo e per l’uguaglianza. Debuttò nella danza a 14 anni ed a 18 entrò nella troupe della Revue Nègre che sarebbe approdata a Parigi nel 1925, conquistando la città e l’Europa.  La Baker sarà la stella de Les Folies bergère, arrivando ad aprire un suo locale e a diventare cantante (1930). Una vita intensa: vari matrimoni, la militanza nella resistenza francese, la costituzione di un Village du Monde con dodici bambini adottivi che volevano dimostrare la possibilità di una fraternità universale, tanta beneficenza, tanti debiti, il ritorno alle scene e la morte per emorragia cerebrale. Parliamo di Joséphine Baker con Gerardo Iacocucci. «Gli ultimi anni della sua vita (1970-’75) lei ha ripreso a cantare (aveva molti debiti e dodici figli adottivi da mantenere, nda). Allora si è rimessa in gioco, con tutti i problemi di una donna della sua età… però il suo fascino era ancora straordinario. Un’altra cosa importante è il rispetto dei musicisti. Facevamo sempre concerti piano e voce, per motivi economici. La prima volta che ci esibiamo si va dietro il sipario, finito il concerto. La Baker mentre il sipario si riapre va via. Ho pensato: ’Starà male, sarà successo qualcosa…’. Si chiude il sipario e torna, poi in camerino le ho chiesto: ’Come mai sei andata via, Joséphine?’, ’Perché il primo applauso deve essere fatto per chi decreta il mio successo’. Cose così accadono molto raramente o quasi mai.


Quando suonava con lei, all’inizio degli anni ’70, che tipo di repertorio facevate?
Di solito il suo repertorio tradizionale (anni ’20-’30 e qualcosa degli anni ’50, nda). Lei aveva acquisito una specie di identikit, il personaggio delle canzoni frivole: con quelle aveva avuto successo ed andava avanti, anche se non disdegnava qualche standard americano. Mi sono rattristato quando mi è capitato di vedere in televisione tempo fa un servizio su St.Louis (Missouri) dove la Baker è nata. Hanno fatto vedere la città, evocato personaggi politici, atleti, musicisti… su Josèphine Baker niente. In Francia esiste solo Edith Piaf, la Baker non esiste. Fortunatamente nella Dordogna c’è lo Château des Milandes (un luogo dove l’artista visse con i suoi dodici figli adottivi, la cosiddetta «Tribu Arc en Ciel») e l’attuale proprietario ha lasciato il teatro per i concerti ed un’ala del castello a museo sulla cantante. C’è la possibilità di presentare Dis-nous Joséphine in quel teatro.
Come è entrato in contatto con lei per le scritture?
Quando doveva venire in Italia per la prima volta, ha chiesto ad un suo manager di Roma: ’Mi serve un pianista, non un’orchestra, perché se pago una sola persona incamero più soldi’. Il manager ha fatto il mio nome: ’Ho la persona per te: sigle, non sigle, parti di pianoforte… tutto quello che vuoi… legge tutto’. Abbiamo fatto la prima prova, ha detto: ’ Bravo, Gerardo, non hai sbagliato niente’. Avevo allora una quarantina d’anni. NeI’70 avremo fatto 40concerti insieme, in giro per l’Italia.
Il pubblico come reagiva?
Il pubblico… Nonostante l’età, era nata nel 1906, aveva una partecipazione corporea – oltre, naturalmente, alla vocalità – che mantenevano ancora un fascino straordinario.
Con il disco che ha realizzato («Dis-nous, Joséphine») insieme a Filiberto Palermini e Paola Massero vi rivolgete soprattutto a chi non ha avuto l’occasione di sentirla e di apprezzarla anche come personaggio politico, che ha lottato tutta la vita contro razzismo, povertà e discriminazione?
Noi abbiamo voluto abbinare la vocalità alle canzoni più significative del suo repertorio, a quel rapporto immediato con il pubblico che creava con brani che possono sembrare banali. Abbiamo voluto ricreare la stessa atmosfera, dando magari ogni tanto una piccola impronta jazzistica (nell’orchestra de La revue nègre che vide trionfare la Baker a Parigi nel 1925 suonavano jazzisti di fama come Sidney Bechet e Will Marion Cook; i suoi mentori principali furono Eubie Blake e Noble Sissle, nda), perché pure lei veniva da lì.
fonte "il manifesto" del 23/07/2017

sabato 22 luglio 2017

ATTENZIONE: ATTACCO ALLA PRIMA PARTE DELLA COSTITUZIONE

Franco Astengo





L´illustre professor Panebianco il , 21 luglio 2017, dalle colonne del Corriere della Sera sferra un duro attacco alla prima parte della Costituzione: un attacco molto serrato quasi da far pensare a una nuova stagione di tentativi di deformazione costituzionale come quella che abbiamo appena terminato di trascorrere con il voto vittorioso del 4 dicembre 2016. 
Nell´occasione si prende a pretesto la proposta della "flat tax"(aliquota fiscale unica al 25%) considerandola la panacea di tutti i mali anzi il provvedimento che, secondo l´autore "darebbe una frustata così vigorosa alla nostra economia da farla ripartire al galoppo dopo decenni di alternanza, tra stagnazione, recessione e bassa crescita". Ma c´è un però sulla strada dell´applicazione di questo possibile miracolo: ed è la Costituzione, retro gradatamente socialista secondo il giudizio JP Morgan, che indulge nel difendere un´antistorica progressività della tassazione (L´articolo 53 della Costituzione della Repubblica Italiana recita: Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. E aggiunge: Il sistema tributario è informato a criteri di progressività). Un ostacolo messo lì da un testo costituzionale che prevede una "Repubblica fondata sul lavoro" : definizione frutto di un "compromesso fra alcune forze (democristiani, socialisti, comunisti) che all´epoca non brillavano per adesione ai principi liberali. Era una Costituzione adatta a qualsiasi uso. Servì ad ancorare l´Italia al mondo Occidentale dopo la vittoria democristiana sui social comunisti nelle elezioni del 1948 ma avrebbe potuto diventare – senza bisogno di revisioni - la carta fondamentale di una "democrazia popolare" se i social comunisti avessero vinto". Panebianco si è interrogato: "I risultati del referendum costituzionale hanno messo fuori gioco per chi sa quante generazioni la possibilità di riformare la seconda parte della Costituzione (essersi mossi su quel terreno è giudicato , da parte del professore,un grave errore da parte dei "riformisti"). Perché allora non cominciamo a discutere della prima? E´ sicuro, tanto per fare un esempio, che la nostra convivenza civile ci rimetterebbe se la nostra Repubblica, anziché essere fondata sul lavoro fosse fondata sulla libertà? E´ sicuro che se il diritto di proprietà, anziché essere relegato tra i cosiddetti "interessi legittimi" fosse riconosciuto fra i diritti fondamentali, quelli su cui poggia la libertà, ce la passeremmo peggio?". E conclude : "Magari, chissà? Sarà la discussione sulla flat tax che, finalmente, costringerà molti a trattare meno acriticamente i principi costituzionali su cui si regge la Repubblica. E in precedenza aveva scritto : "Forse è arrivato il momento di chiedersi se non sia il caso di intervenire col bisturi sulla prima parte della Costituzione, sui famosi principi". Mi pare inutile segnalare, verso chi si è battuto per la difesa della Costituzione nell´occasione dell´ultima tornata referendaria, la pericolosità di queste affermazioni, vero e proprio preludio a un attacco in grande stile attraverso il dibattito sulla flat tax (che qualcuno già pronostica come il vero e proprio "oggetto del contendere" della prossima tornata elettorale legislativa, assieme alla questione dell´Europa). In molti, nel corso dei tanti anni di lavoro in difesa del dettato Costituzionale (tre occasioni: Bicamerale D´Alema, progetto Berlusconi, deforma renziana) avevamo tentato di segnalare la delicatezza dell´intreccio tra seconda parte (che veniva messa in discussione nelle occasioni citate) e prima parte (fintamente, in quei casi, ritenuta intangibile). Adesso arriva, dalla prima pagina dell´antico "Corriere dello Zar" l´attacco diretto. Occorre avere consapevolezza di questo stato di cose, a partire dalla mancata risposta politica al voto del 4 Dicembre, e attrezzarsi all´evenienza senza ritardi, sottovalutazioni, tentennamenti. La lettura di quest´articolo di Panebianco non deve lasciare dubbi :la difesa integrale della Costituzione Repubblicana rimane l´imperativo prioritario per tutti i conseguenti democratici e per la sinistra italiana (che deve considerare questo punto "l´ubi consistam" della sua possibile ricostruzione come soggetto politico).
Una difesa che è necessario principi da un altro elemento messo in discussione nell´articolo citato: quello della coerenza tra ilsistema elettorale proporzionale e il testo Costituzionale.

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venerdì 21 luglio 2017

La chiameremo Roma

Il 22 luglio 1927, esattamente 90 anni fa, in Via degli Uffici del Vicario al n.35 nasceva l’AS Roma. Primo presidente l’on. Italo Foschi. Per chi ama la Roma  il 22 luglio è una data storica. Ma anche per la storia del calcio quel 22 luglio può essere considerato un giorno importante. Di seguito pubblico il racconto di questa nascita tratto  da “La storia illustrata della Roma” una pubblicazione, curata dal giornalista e scrittore Lino Cascioli,  uscita  nel 1986  per  "Edizioni Casa dello Sport".

Auguri splendida novantenne
Luciano Granieri



L’intesa venne raggiunta nel tardo pomeriggio. Faceva caldo e aprirono le grandi finestre per respirare un poco  e concedersi una pausa. “Allora siamo d’accordo” disse l’on. Foschi “ la chiameremo Roma”. Dal cortile salì un fresco odore di terra appena  bagnata. Erano andati avanti per ore , senza un’oscillazione, evitando con cura ogni possibile avversità, quasi per vincere una scommessa segreta, a tutti sconosciuta. Fu allora che Vincenzo Biancone improvvisò un discorsetto, mentre i fratelli Crostarosa , da buoni padroni di casa, facevano saltare i tappi alle bottiglie dello champagne: “Abbiamo messo in piedi un’intesa, adesso dobbiamo costruire un società. E insieme alla società dobbiamo costruire una squadra. Il nostro dovere è di farla subito grande, altrimenti avremmo sbagliato tutto e alzeremmo i calici per salutare un generoso fallimento”. “E’ forse obbligatorio diventare grandi?” Chiese Sebastiano Bartoli, nominato da pochi minuti segretario.

Faceva mostra di scherzare , parlando così, ma tutti sapevano quanto anche lui ci credesse. E avevamo ragione, in fin dei conti. La lenta e difficile ascesa  del calcio romano aveva messo in luce un ’Alba all’ultimo posto del girone A e la Fortitudo all’ultimo posto del girone B. Avendo conquistato anche la Lazio il diritto alla serie A, nel 1927-28  ci sarebbero state tre squadre di Roma nel massimo campionato. Da qui era partita l’idea che aveva portato alla nascita della Roma: meglio una squadra forte che tre squadre deboli. Ma la Lazio rifiutò subito sdegnosamente ogni accordo, gelosa della sua tradizione. Il suo presidente rispose che preferiva i giornalieri disinganni all’aspro fiele di dover rinnegare la bandiera. Ed erano poi tanto sicuri che il conto sarebbe tornato, come calcolavano nei loro sogni, il marchese Sacchetti, Scialoia e i Crostarosa? 

L’idea piacque  invece ai dirigenti del Roman (nato nel 1903), della Fortitudo (1906) e dell’Alba (1911), che si erano dati appuntamento per quel pomeriggio del 22 luglio 1927 in Via degli Uffici del Vicario 35, nel cuore della vecchia Roma. “Non è mica obbligatorio diventare grandi: ribattè Pietro Crostarosa, “all’inizio potremmo anche contentarci di stare nel mezzo”.”Oh” rispose Vincenzo Biancone “questo è l’ultimo pericolo che corriamo veramente”. Poi, per non sembrare polemico, girò il discorso su alcune questioni marginali da risolvere.

Il mondo era alle soglie della prima, pesante recessione economica, e ormai lontano dai fantasmi tragici della guerra mondiale. In Italia Mussolini stava raggiungendo la consapevole pienezza del potere, e imponeva ormai l’arrogante autorità del Partito Nazionale Fascista in ogni settore della vita del paese, comprese le attività ricreative e gli sport. Il calcio era stato assimilato a questa logica da pochi mesi ed erano già partite direttive per riorganizzarlo in base a criteri più consoni alle nuove esigenze della politica nazionale: girone unico, squadra azzurra più competitiva sulla scena mondiale, ecc.

Il campionato organizzato su basi provinciali, fino ad allora aveva proceduto impavido tra la beatitudine e il lacrimato dramma, alimentando la passione in dosi minime, innocue, borghesi. Bisognava esasperarne i contorni. I giocatori tesserati erano già 38.000, con circa 2.000 arbitri. Nei programmi dei nuovi dirigenti  nominati dal Partito presero corpo norme intese a incoraggiare il trapasso dal dilettantismo sospetto al professionismo dichiarato. Le grandi società del passato, di stampo agricolo e provinciale , come la Pro Vercelli   il Casale, dovettero cedere il posto alle ambizioni delle squadre metropolitane. 

Ormai soltanto i grandi stadi Avrebbero infatti potuto ospitare quelle manifestazioni di massa capaci di garantire la coreografia del consenso di cui si compiaceva i fascismo. Il primo a recepire questo messaggio e a seminare tra le moltitudini di una grande città il calore di un sogno di evasione fu Edoardo Agnelli, ponendo subito le basi per trasformare in pochi anni la scialba Juventus, che aveva vivacchiato sino ad allora, nella Signora degli scudetti. Le cinque consecutive vittorie dei bianconeri, tra il 1930 e il 1935, furono il sintomo più chiaro del mutamento dei tempi e che   il calcio stava ormai lievitando come industria dello spettacolo. Anche la Roma nasce dai fermenti di queste nuove esigenze.  I suoi dirigenti avevano già fatto la scelta, disdegnando l’ombra mediana di un destino anonimo, sospinti da qualche forza più intensa del loro stesso orgoglio. Ma c’erano ancora molti problemi da risolvere febbrilmente.

Il primo nodo da sciogliere dopo il brindisi, fu la scelta dei colori sociali , mentre strisce di caligine offuscavano il cielo serotino. Si dissero però tutti d’accordo nel prediligere la maglia del Roman, rossa bordata di giallo. Erano i colori del comune di Roma. Colori che scioccamente i dirigenti della Lazio avevano snobbato, classicamente infatuati, agli albori del secolo, del mito greco di Olimpia. Insomma avevano scelto quelli della bandiera greca , con una decisione elitaria aristocratica , incomprensibile alle masse, che invece accorsero subito al richiamo di Roma e dei vessilli capitolini. E questo forse serve a spiegare perché la Roma fu subito squadra visceralmente popolare, cara alla gente dei vecchi rioni e de suburbio.

Ma la discussione si riaccese con un accanimento senza precedenti quando si trattò di scegliere il campo capace di ospitare tutti i tifosi delle tre squadre. La Fortitudo giocava su campetto della Madonna del Riposo, l’Alba in un prato dove adesso c’è Piazza Melozzo da Forlì e il Roman in Viale Tiziano. Questi tre campi furono però tutti scartati. La preferenza venne data, in via provvisoria, al Motovelodromo Appio, che bisognava però riadattare alle nuove esigenze, in attesa  di costruire uno stadio di proprietà della Roma, accanto al monte dei cocci di Testaccio, ricalcando il modello di quello  dell’Everton a Liverpool.

Un altro problema spinoso da risolvere fu quello della squadra. Bisognava rinunciare a circa trenta giocatori, scegliendo tutti i migliori, ma Italo Foschi non si lasciò sgomentare. Fu deciso di affidare l’incarico ad una commissione tecnica composta da Pietro Crostarosa, Danilo Baldoni, Vincenzo Bianconi, Amerigo De Bernardinis e Giuseppe Stinchelli.  La discussione si fece così animosa e serrata che spesso dovette intervenire, come paciere, lo stesso presidente. Alla fine fu stabilito di mettere a disposizione dell’allenatore Garbutt (strappato al Genoa) una rosa di ventotto elementi. Tredici avevano militato nella Fortitudo, dieci provenivano dall’Alba, cinque infine vennero scelti  dal Roman.


La formazione con cui la Roma scese in campo per la prima volta. In altro da sinistra: Il presidente Foschi, l'allenatore Garbutt, Ziroli, Fasanelli Bussich, Cappa, Chini , il massagiatore Cerretti e il suo vice Moggiani. Al centro: FerrarisIV, Degni, Rovida e (col pigiama da riserve) Bianchi. In basso: Mattei, Repetti e Corbyons.


Ormai la notte afosa gravava su quegli uomini stanchi come una spessa tavola di ferro. Lungo il filo smussato dei vecchi palazzi che circondavano Piazza Montecitorio, passavano uomini  e cavalli.  Nominato prefetto a La Spezia, l’on. Italo Foschi fu presidente per poco tempo.

La Roma scese per la prima volta in campo sul terreno del Motovelodromo Appio, il 28 luglio 1927, battendo gli ungheresi dell’Ujpest per 2-1. Il primo gol messo a segno da un giocatore in maglia giallorossa venne realizzato dalla mezzala Cappa. Fu il Livorno la prima formazione italiana  che sfidò la Roma. I giallorossi vinsero con un gol di scarto (3-2) e il centravanti Bussich, al suo esordio, mise a segno due gol. Intanto  bisognava superare l’ostacolo dell’iscrizione al campionato. 

L’iscrizione della Roma era osteggiata dalla Lazio, allora molto influente a livello federale, e dalle società del nord, che cercavano di impedirle l’attività agonistica ufficiale condannandola allo stato di mora per un anno. La situazione era imbarazzante. Un giornale di Milano, tanto per spiegare il clima con cui era stata salutata la nascita della nuova società, scrisse infatti in quei giorni: “Questa Roma è solo un sogno di mezza estate”.
Invece la soluzione per iscrivere la Roma al campionato venne offerta da un’altra fusione, quella tra Doria e Sampierdarenese nella Dominante, per cui la squadra giallorossa potè regolarmente disputare il campionato, il 25 settembre 1927, incontrando il Livorno. La Roma vinse 2-0 con gol di Ziroli e Fasanelli.

Il primo successo di un certo prestigio della nuova squadra fu però la vittoria della Coppa CONI, un torneo  a due gironi che impegnava le quattordici squadre  escluse dalle finali per lo scudetto. La Roma battè in finale il Modena sul campo neutro di Firenze e l’annuncio della sua vittoria, comunicato da un cartello esposto al balcone della redazione romana della “Gazzetta dello Sport”, suscitò tale entusiasmo da bloccare il traffico per le vie del centro. 

I romani avevano già eletto la Roma a squadra del cuore  e accolsero con tutti gli onori Fulvio Bernardini, che Renato Sacerdoti, diventato nel frattempo presidente della società, aveva strappato all’Inter. Per l’esordio di Fulvio (Roma-Genoa 5-3) vennero fissati prezzi da capogiro: un biglietto dei popolari costò 5 lire, uno dei distinti 10 e un posto in tribuna centrale addirittura 20 lire! In seguito a questa politica esosa  da parte della società nacquero le prime polemiche, ma vennero presto dimenticato allorchè il grande “Fuffo”, schierato centravanti, mandò subito tutti in delirio mettendo a segno due gol. 

I primi derby furono disputati nella stagione 1929-30 la prima a girone unificato per cui Roma e Lazio si trovarono per la prima volta di fronte. L’8 dicembre 1929 su disputò il primo derby sul terreno dei biancazzurri. Manco a dirlo vinse la Roma per 1-0 con un gol di Volk realizzato nella ripresa. Nella partita di ritorno disputata il 4 maggio 1930, la vittoria della Roma fu ancora più netta (3-1) con reti di Bernardini, Volk e Chini. Per la Lazio segnò Pastore. La lunga storia di vittorie del popolo giallorosso  contro l’aristocrazia biancazzurra era iniziata. 

 

APPELLO AI GIORNALISTI/E ROMPIAMO IL SILENZIO SULL’AFRICA

Alex Zanotelli


Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo come missionario uso la penna (anch’io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani. Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale.So che i mass-media , purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo.
Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa. (Sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo!)
E’ inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa),
ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.
E’ inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba ,il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.
E’ inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.
E’ inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.
E’ inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.
E’ inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera. 
E’ inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.
E’ inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa , soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.
E’ inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia , Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU.
E’ inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.
E’ inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!!)
Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi. Questo crea la paranoia dell’ ‘invasione’, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi. Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’ Africa Compact , contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti Ma i disperati della storia nessuno li fermerà. Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al Sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano:”Aiutiamoli a casa loro”, dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.
E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti.
Davanti a tutto questo non possiamo rimanere in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?). Per questo vi prego di rompere questo silenzio- stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alle grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti? Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un‘altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi.
Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.


giovedì 20 luglio 2017

Presenti alla Festa dei Diritti a Cassino, Rifondazione Comunista a fianco della CGIL e del Lavoro.

Giuseppe Di Pede: Responsabile lavoro Prc-Se


Una delegazione del PRC-SE è stata presente alla festa della CGIL a Cassino,  le giuste battaglie per il Lavoro proposte dalle organizzazioni sindacali e quindi anche della CGIL, troveranno sempre il nostro appoggio convinto e militante.
Come sulle ultime importanti tematiche promosse in materia di  Voucher – appalti - Articolo 18, Rifondazione Comunista si è spesa fortemente, mettendo in campo il massimo dello sforzo.
Proprio per questo durante i dibattiti si è fatto sentire il nostro dirigente storico Maddè Guglielmo, mentre i rappresentanti del PD intervenuti  “ragliavano”  soluzioni e interventi rivoluzionari su Lavoro e Ambiente, a nostro avviso un insulto al popolo di quella festa!!!
Ci dispiace che l’Onorevole Pilozzi sia venuto a difendere il Jobs Act e le politiche del Lavoro dei governi a guida PD, il suo attuale partito…
Nemmeno i governi Berlusconi avevano mai  osato in tema di Lavoro, sono state distrutte conquiste storiche come il diritto a non essere licenziati, sono state avallate scelte come la riforma delle pensioni, che impediranno a tanti giovani di avere un lavoro perché occupati dai loro genitori ,dai loro zii o dai loro nonni.
Si aggiunge anche l’ Assessore Regionale Buschini, che ci è venuto a raccontare le storielle sui rifiuti e sull’ambiente in provincia, e per non parlare della sanità!!!
Purtroppo , caro Assessore,  le trame delle storielle a noi sembrano troppo simili a quelle dell’allora Giunta Polverini .
Noi saremo sempre al fianco dei Lavoratori e non cederemo mai di fronte all’arretramento dei loro diritti, siamo disponibili a lottare per cambiare il declino e lo sfruttamento, con tutte quelle organizzazioni sindacali che andranno in quella direzione
Diciamo grazie alla CGIL che tramite i suoi iscritti e militanti, ogni giorno, lotta per garantire diritti e tutele al mondo del lavoro.
Pertanto la nostra partecipazione alla festa dei diritti di Cassino è stata molto sentita. 

ANNIVERSARIO DEL G8 DI GENOVA, COSA RIMANE?

Umberto Franchi




Eravamo oltre 300.000 a manifestare (ero presente a nome della FIOM Toscana) nei forum e nelle strade contro la globalizzazione liberista, contro il debito iniquo, per la democrazia partecipativa, per la conversione ecologica dell'economia, per la pace, per l'abbattimento delle barriere.

 Ma a 16 anni di distanza cosa resta di quell'evento ? La globalizzazione speculativa finanziaria e l'economia liberista ha dilagato impoverendo ulteriormente i ceti medio bassi, i diritti sono stati ulteriormente tolti, il clima e l'economia fondata sul carbone prospera a danno del pianeta  e dell'umanità, le guerre sono dilagate in Asia e Africa , la corruzione e delinquenza organizzata dilaga, i muri sono stati alzati, lo stato civile culturale delle persone si e' abbassato fino ad assistere ogni giorno a casi di razzismo, fascismo , femminicidio.


Le stragi e le torture perpetrate dalla polizia alla scuola Diaz e Bolzaneto con il massacro di centinaia di persone hanno inibito tutto il movimento che negli anni successivi non e' più stato all'altezza del G8 DI GENOVA .
Oggi assistiamo alla sceneggiata dell'allora vice Capo della polizia Gabrielli contro l'allora capo polizia De Gennaro dicendo che il G8 e' stato una catastrofe per la polizia e lui al posto di De Gennaro si sarebbe dimesso. Ma perchè non lo ha detto a quell'epoca ?  
A 16 anni di distanza delle torture e la macelleria commessa da poliziotti nei confronti di centinai di manifestanti al G8 di Genova 2001 , i responsabili provati, vengono tutti reintegrati nelle proprie funzioni ed in alcuni casi promossi.


Oggi Gabrielli e' capo della polizia, De Gennaro presidente di Finmeccanica, altri dirigenti di polizia torturatori hanno fatto carriera e tutti sono liberi; mentre  i torturati continuano a vivere nel terrore, alcuni si sono suicidati, altri hanno subito traumi cronici e paralisi, altri caduti nella depressione e vivono ogni notte gli stessi incubi. 


 Così , mentre i violentati muoiono , i poliziotti condannati , a pene tra i 2 e 14 anni di galera Non avranno più l'interdizione dai pubblici uffici ma verranno promossi ... uno schifo !


E' giusto che per il 2017 i cittadini coprano quasi €.10 milioni di TARI perché la differenziata è ferma al 15%?

Comitato di Lotta per il Lavoro

Alla Cittadinanza
Alla stampa
Ai Partiti politici
Alle Associazioni e Movimenti
Ai Consiglieri comunali
Ai Consiglieri Regionali


Sabato mattina 22/7 presso i locali di p.zza Paleario 7 a Frosinone alle ore 12.15 conferenza stampa di presentazione della campagna di NE’ SI BRUCIANO NE’ SI PAGANO, I RIFIUTI SI DIFFERENZIANO!, volto alla commisurazione del giusto tributo da pagare per la TARI 2017 e per la quantificazione del rimborso della TARI per gli anni precedenti alla luce della effettuazione del servizio di gestione dei rifiuti in grave violazione della disciplina di riferimento, come previsto dall’articolo 24 e dall’art.13 del Regolamento per l’applicazione della tassa sui rifiuti Tari.

Negli anni si è verificata una insufficiente e peraltro mai progressiva raccolta differenziata rispetto ai livelli annunciati previsti nel Capitolato di gara per l’affidamento dei servizi spazzamento, raccolta e trasporto dei rifiuti urbani ed assimilati e dei servizi complementari di igiene urbana(CAT.16 CPC 94), anno 2005, dove si prevede, art.34 Raccolta differenziata dei rifiuti urbani, di rispettare gli obblighi previsti dal d.to l.vo 22/97, aggiornato dal Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152
La performance di differenziata realizzata sono noti (dati ufficiali Istat): nel 2009 per il 15,3% sul totale dei rifiuti raccolti, nel 2010 al 16,8%, nel 2011 al 17,8%, nel 2012 al 17,3% (con regressione rispetto al dato dell’anno precedente); nel 2013 al 16%; nel 2014 18,52%; nel 2015 al 18%;
Tale situazione comporta un ingiustificato costo per la causale “tariffa smaltimento rifiuti”, nonché per il conferimento, presso gli impianti di produzione del combustibile derivato da rifiuti, del materiale che avrebbe potuto essere destinato alla raccolta differenziata, con conseguente aggravio dei costi componenti la tariffa, stabilita con delibera di giunta n.14 del 30/3/17 attraverso l’allegato piano finanziario 2017.

 Tale iniziativa è promossa da un costituendo “sportello anticrisi” che vede una serie di associazioni e comitati organizzarsi per comprendere, bloccare, difendersi dalla pressione delle istituzioni che scaricano sui cittadini gli oneri, i costi, i disservizi, i profitti, delle privatizzazioni dei beni pubblici.