Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

lunedì 27 febbraio 2017

1917 - 2017 Una «rivoluzione spontanea»? La Rivoluzione di febbraio e i suoi insegnamenti

Matteo Bavassano



Nell’anno del centenario della Rivoluzione russa è già cominciata quella farsa prevedibile, ma non per questo meno fastidiosa, per cui tutti coloro che si ritengono, a vario titolo, di sinistra cominciano ad «osannare» – a parole, beninteso – la Rivoluzione d’ottobre, pur non applicando nella pratica le lezioni di quella fondamentale esperienza della storia dell’umanità, né, nella maggior parte dei casi, conoscendone davvero i fatti e gli eventi fondamentali, senza essere in grado di fare un’analisi coerente, cioè marxista, della dialettica dello sviluppo della rivoluzione. Non furono soltanto i rappresentanti della borghesia espropriata dalle masse rivoluzionarie a falsificare la storia della rivoluzione: per anni, per ragioni parzialmente differenti nel tempo, coloro che si professavano – falsamente – eredi della Rivoluzione d’ottobre hanno tenuto all’oscuro i loro militanti su ciò che era realmente accaduto, sia per quanto riguarda l’insieme della Rivoluzione, sia per quanto riguarda la Rivoluzione di febbraio nello specifico. Che Guevara, nel quaderno di appunti che aveva con sé durante la guerriglia in Bolivia, parlando della Storia della Rivoluzione russa di Lev Trotsky, scrisse: «fa luce su tutta una serie di eventi della grande Rivoluzione che erano rimasti offuscati dal mito» (Ernesto Che Guevara, Prima di morire, p. 94). Se riguardo all’Ottobre le falsificazioni sono rivolte dagli stalinisti a ridimensionare il ruolo di Trotsky e a costruire un inesistente ruolo di primo piano per Stalin, oltre che a distruggere l’idea fondamentale per cui la Rivoluzione russa era per Lenin solo il primo anello della rivoluzione socialista mondiale, riguardo al Febbraio le falsificazioni sono state addirittura più profonde, perché sono servite agli staliniani a bloccare l’estendersi della rivoluzione, almeno a partire dalla seconda rivoluzione cinese. Ciò si aggiunge alla falsificazione dei borghesi, che presentano la Rivoluzione di febbraio come la rivoluzione della maggioranza del popolo russo contro lo zar e l’apparato repressivo dell’autocrazia, contrapponendola al «colpo di Stato» dei bolscevichi contro la democrazia. Cercheremo in questo articolo di richiamare, e di sfatare, le principali falsificazioni sulla Rivoluzione di febbraio, dandone una coerente interpretazione marxista.

Uno sciopero che nessuno voleva «proclamare»
Il 23 febbraio 1917 (8 marzo secondo il calendario occidentale), la Russia si trovava nel trentaduesimo mese della Grande guerra: le prospettive della fine della guerra erano ancora lontane, e ciò era più di una condanna a morte per i soldati al fronte, era una condanna a una lenta agonia nelle trincee che falcidiavano innumerevoli vite; nelle retrovie, i riservisti temevano enormemente il loro turno di essere fagocitati dalle trincee; la popolazione civile, stremata dalle ristrettezze di guerra e dal lavoro massacrante necessarie per sostenere lo sforzo bellico, cominciava a non poterne più delle file per il pane e di perdere i propri cari per il profitto di quei borghesi che continuavano ad arricchirsi, che non soffrivano per la guerra, che continuavano a vivere nel lusso e negli agi di ieri. È bene notare, sia pure en passant, che prima dello scoppio della guerra, tra il 1912 e il 1914, il movimento operaio russo si era ripreso dal periodo di reazione successivo alla sconfitta della Rivoluzione del 1905 ed aveva dato vita a centinaia di scioperi di massa: lo scoppio della guerra e la primitiva ubriacatura patriottica avevano spezzato l’ascesa del movimento, ma questi scioperi furono una scuola fondamentale per i lavoratori che faranno la rivoluzione.
Il 23 febbraio era il giorno in cui in Russia si celebrava la Giornata internazionale della donna (all’epoca ogni sezione della Seconda Internazionale celebrava la ricorrenza in una data diversa, solo in seguito verrà fissata internazionalmente questa data, cioè l’8 marzo secondo il calendario occidentale): Trotksy, nella sua Storia della Rivoluzione russa ci dice che «nei circoli socialdemocratici si pensava di celebrare questa giornata nelle forme abituali: riunioni, discorsi, manifestini. Ancora alla vigilia, nessuno si sarebbe sognato che questa “Giornata della donna” potesse inaugurare la rivoluzione. Non una sola organizzazione aveva preconizzato uno sciopero quel giorno». Ma lo stato d’animo nei quartieri operai era ormai all’apice della tensione, tanto che l’organizzazione bolscevica del quartiere di Vyborg sconsigliava qualsiasi sciopero, perché questo avrebbe potuto trasformarsi in uno scontro aperto. Ciononostante, il 23 mattina gli operai tessili lasciarono il lavoro e, con le operaie alla loro testa, si dirigono da Vyborg attraverso le grandi fabbriche fino al sobborgo di Pietrogrado ed alla Duma per chiedere pane: «è dunque stabilito che la Rivoluzione di febbraio fu scatenata da elementi di base che superarono la resistenza delle loro stesse organizzazioni rivoluzionarie e che l’iniziativa fu presa spontaneamente da un settore del proletariato oppresso e sfruttato più di tutti gli altri – i lavoratori tessili – tra cui indubbiamente si contavano non poche mogli di soldati»,(2) un particolare, quest’ultimo, da non sottovalutare assolutamente. Una delle grandi incognite che preoccupavano i dirigenti in quei giorni, infatti, era cosa sarebbe successo quando gli operai scesi in sciopero avrebbero incontrato i soldati nelle strade, quegli stessi soldati che avevano represso il Soviet di Pietroburgo e l’insurrezione del dicembre 1905 a Mosca. Ma gli anni di guerra avevano mutato profondamente l’esercito: le necessità della guerra, l’ampliamento dell’esercito, la lunga durata del conflitto aveva fatto sì che l’esercito non fosse più un «corpo separato» dalla società civile, ma che diventasse una specie di crogiuolo in cui negli anni si era forgiata tutta l’insofferenza delle masse popolari, specialmente i contadini, verso l’autocrazia e la guerra imperialista. Ed infatti non solo i normali soldati dimostreranno una benevola neutralità verso gli scioperanti, ma anche i temuti cosacchi si asterranno dal caricare le masse lavoratrici, ed anzi in alcuni casi ostacoleranno anche l’azione dei faraoni, la polizia a cavallo che pare essere la sola a tentare di contrastare gli operai. Il giorno successivo, il 24, lo stato d’animo delle masse non si calma: circa metà degli operai di Pietrogrado sono in sciopero, mentre la parola d’ordine del «pane» viene lasciata cadere a favore di slogan come «abbasso l’autocrazia! Abbasso la guerra!», ma ancora vi sono solo scontri con la polizia e non sparatorie con l’esercito (o, per meglio dire, dell’esercito sugli scioperanti). Secondo un piano già pronto da tempo, commissionato dal governo ed eseguito dal generale Cebykin, comandante in capo della riserva della guardia, nei primi giorni non si sarebbe schierata la fanteria, ma solo la polizia e successivamente la cavalleria; dal giorno 25, a fronte dello sciopero che si estendeva, venne impiegata anche la fanteria, seppure manteneva ancora una benevola neutralità, non aprendo ancora il fuoco. Ma il governo aveva intenzione di farla finita con la protesta: nella notte tra il 25 e il 26 vennero arrestati un centinaio di militanti rivoluzionari, tra cui alcuni membri del Comitato dei bolscevichi di Pietrogrado. Domenica 26 febbraio gli operai cominciano a convergere verso il centro della città e ad incontrare gli sbarramenti e i plotoni dell’esercito, i quali avevano ricevuto l’ordine di sparare, ordine che veniva eseguito particolarmente dagli allievi ufficiali: comincia quindi la battaglia degli operai per conquistare i soldati dalla loro parte, alla rivoluzione contro la guerra e l’autocrazia. «La pressione esercitata dagli operai sull’esercito si accentua, contrapponendosi all’azione dell’autorità sulle forze militari. La guarnigione di Pietrogrado diventa definitivamente il centro focale degli avvenimenti. Il periodo di attesa, durato quasi tre giorni, durante i quali la grande maggioranza della guarnigione poté ancora mantenere un atteggiamento di amichevole neutralità nei confronti degli insorti, volgeva alla fine. “Sparate sul nemico!” ordina la monarchia. “Non sparate sui vostri fratelli e sulle vostre sorelle!” gridano gli operai e le operaie. E non solo questo: “Marciate con noi!”. Così, nelle strade, sulle piazze, dinanzi ai ponti, alle porte delle caserme, si svolgeva una lotta incessante, ora drammatica, ora impercettibile, ma sempre accanita, per la conquista dei soldati. In questa lotta, in queste violente prese di contatto tra i lavoratori, le lavoratrici e i soldati, sotto il crepitare continuo dei fucili e delle mitragliatrici, si decidevano le sorti del potere, della guerra e del Paese».(3)
La vittoria dell’insurrezione: la nascita del soviet e del governo provvisorio
Frattanto, Rodzjanko, leader della Duma imperiale, presentatosi a Galicyn, presidente del Consiglio, per persuaderlo a dimettersi, al fine di nominare un nuovo esecutivo con ministri che godessero della fiducia popolare che mettesse fine alla rivolta, riceve l’ukase di scioglimento della Duma, a cui il giorno dopo, mentre l’autocrazia cadeva fatalmente e un nuovo potere nasceva a Pietrogrado, i membri della Duma si piegavano senza fiatare: il parlamentarismo russo non aveva altra base di forza se non le concessioni dello zar, e potrà prendere il potere solo grazie ai leader conciliatori. La mattina del 27 era carica di incertezze: cosa sarà successo nelle caserme durante la notte? Quali saranno le reazioni dei soldati agli scontri del giorno prima? Gli operai avranno ancora la necessaria fiducia nelle loro forze per tornare a scioperare? «Sin dal mattino gli operai affluiscono verso le fabbriche e in assemblee generali decidono di continuare la lotta. […] Continuare la lotta, oggi, significa fare appello all’insurrezione armata. Tuttavia, questo appello non è lanciato da nessuno. Ineluttabilmente gli avvenimenti lo impongono, ma non è messo all’ordine del giorno dal partito rivoluzionario».(4) Se infatti non si poteva certamente contare sui menscevichi e sui socialisti-rivoluzionari per chiamare all’insurrezione gli operai e i soldati, il centro dei bolscevichi, privato di Lenin, era pressoché paralizzato, con Sljapnikov (principale dirigente di Pietrogrado) che cercava di evitare gli scontri tra gli operai e l’esercito, lasciando di fatto a loro stesse le organizzazioni di quartiere: in una riunione di delegati di fabbrica a casa d un dirigente bolscevico del quartiere di Vyborg si decide a maggioranza per la continuazione del movimento. Ma ancora prima che l’esercito scendesse nelle strade, i primi reggimenti cominciarono ad ammutinarsi, ad andare nelle altre caserme per convincere gli altri soldati a unirsi all’insurrezione: sapevano bene che la loro salvezza dalla repressione stava nella vittoria della rivoluzione sull’assolutismo. «Il gruppo di Vyborg, in collaborazione con i soldati più decisi, ha abbozzato un piano d’azione: impadronirsi dei commissariati di polizia, dove si sono barricati i poliziotti armati, e disarmare tutti gli agenti; liberare gli operai incarcerati nei commissariati e i detenuti politici che si trovano nelle prigioni: schiacciare le truppe governative in città, guadagnare le truppe che ancora non si erano unite al movimento e gli operai degli altri quartieri».(5) Mentre i bolscevichi, spontaneamente, organizzavano la vittoria della rivoluzione nei quartieri di Pietrogrado, i menscevichi andavano verso la Duma, luogo in cui dal pomeriggio cominciarono a recarsi vari rappresentanti dei reggimenti insorti e, verso sera, gli operai e i loro delegati per avere informazioni su quanto stava succedendo, nonché direttive dal suo nuovo «stato maggiore rivoluzionario». «I menscevichi, membri del Comitato delle industrie di guerra, appena fatti uscire dal carcere, si incontrarono al Palazzo di Tauride con rappresentanti attivi del movimento sindacale e delle cooperative appartenenti anch’essi all’ala destra, come pure con i parlamentari menscevichi Cheidze e Skobelev, e costituirono seduta stante un Comitato esecutivo provvisorio del soviet dei deputati operai, comitato completato nel corso della giornata da vecchi rivoluzionari che avevano perduto il contatto con le masse, ma conservato un certo “nome”. Il Comitato esecutivo, che aveva incluso anche alcuni bolscevichi, invitò immediatamente gli operaia eleggere i loro deputati».(6) La prima seduta del Soviet di Pietrogrado ebbe luogo quella sera stessa: ratificò la composizione dell’Esecutivo, cominciò a creare delle commissioni per l’ordinaria amministrazione del potere, la prima e più importante è quella per i rifornimenti alimentari, inviò distaccamenti rivoluzionari a occupare istituzioni strategiche come la Banca dell’Impero, la Zecca, la Tesoreria ecc., e, cosa estremamente importante per lo sviluppo successivo della Rivoluzione russa, venne deciso che i soldati della guarnigione avrebbero eletto i loro rappresentanti allo stesso soviet degli operai, che divenne quindi il Soviet dei delegati operai e dei soldati. Non si sa esattamente da chi fosse stata avanzata questa proposta, ma Sljapnikov segnala che, significativamente, i socialpatrioti vi si erano opposti. Ma da subito il Soviet cominciò ad operare come nuovo potere rivoluzionario, nonostante i «socialisti» che erano alla sua testa non sapessero che fare e speravano che la borghesia prendesse il potere.
Nel frattempo, i membri della disciolta Duma avevano deciso di rimanere a Pietroburgo e di riunirsi in forma privata, dando vita al cosiddetto «Comitato provvisorio dei membri della Duma», al fine di monitorare la situazione. Iniziarono subito le trattative, anche se forse sarebbe meglio dire le suppliche, tra l’Esecutivo del Soviet e il Comitato della Duma perché quest’ultima prendesse il potere, cosa che si decise effettivamente a fare nella tarda serata del 27 febbraio, quando ormai era chiaro che non vi era nessuna possibilità per lo zarismo di riuscire a recuperare il controllo di Pietrogrado a breve. Ma con quale spirito e per quale fine prendono il potere? Secondo Rodzjanko se la Duma si fosse rifiutata di prendere il potere «sarebbe stata arrestata e completamente massacrata dalle truppe ammutinate e il potere sarebbe caduto nelle mani dei bolscevichi».(7) Prendevano dunque il potere per cercare di ripristinare l’ordine a Pietrogrado, se possibile quello monarchico: ai dubbi dello stesso Rodzjanko, che si chiedeva se il loro gesto non potesse essere interpretato come una rivolta contro lo zar, il monarchico Sulghin rispondeva: «Non c’è nessuna rivolta. Prendete il potere come suddito fedele… Se i ministri si sono messi in salvo, qualcuno deve pur sostituirli… Ci possono essere due vie d’uscita: o tutto si arrangerà, il sovrano designerà un nuovo governo e noi gli rimetteremo il potere. Se ciò non riesce, se non lo raccogliamo, il potere cadrà nelle mani di gente già eletta da una certa canaglia, nelle fabbriche…».(8) La Duma prese il «potere», che i dirigenti conciliatori del Soviet gli offriva, in nome della rivoluzione, ma col fine di sabotare il nuovo potere rivoluzionario, quello reale, quello nelle strade e nelle fabbriche, compito che sarebbe stato impossibile senza la complicità attiva dei socialtraditori: sapevano bene infatti che, disgregatasi la disciplina dell’esercito verso l’autocrazia zarista e con le masse armate, avrebbero dovuto fare buon viso a cattivo gioco. Un professore liberale, Stankevic, prova a descrivere lo stato d’animo con cui i membri della Duma «presero» il potere dalle manie del Soviet: «Ufficialmente, erano vittoriosi, celebravano la rivoluzione, lanciavano degli evviva in onore dei combattenti della libertà, si adornavano di nastri rossi, marciavano con le bandiere rosse… Ma, nel fondo dell’animo e a quattr’occhi, si mostravano spaventati, fremevano e si sentivano prigionieri di elementi ostili che sia avviavano su strade ignote. Indimenticabile la figura di Rodzjanko, grosso proprietario dall’andatura pesante, gran personaggio, che attraversava la folla dei soldati malvestiti nei corridoi del palazzo di Tauride, guardando con altera dignità, ma anche con un’espressione di profonda sofferenza e disperazione nel volto impallidito. Ufficialmente, si era detto che “i soldati erano venuti a sostenere la Duma nella sua lotta contro il governo”, ma di fatto la Duma si trovò sciolta sin dai primi giorni. E si trovava la stessa espressione su tutti i visi, tra i membri del Comitato provvisorio della Duma e negli ambienti che li circondavano. A quanto si dice, certi rappresentanti del blocco progressista, una volta tornati a casa, avevano versato lacrime in crisi di isterismo provocate dalla disperazione e dall’impotenza».(9)
Lo zarismo tentò disperatamente di non crollare: il 2 marzo Nicola II abdicò in favore di suo fratello Michele, che però il giorno dopo rinunciava al trono, rimettendo all’Assemblea costituente la decisione riguardo al futura forma di governo della Russia. Nel frattempo, tra il 28 febbraio e il 2 marzo terminarono le trattative tra il Comitato esecutivo del Soviet e il Comitato provvisorio della Duma riguardo alla composizione del governo, caduta la pregiudiziale che Miljukov, capo del partito dei cadetti, aveva posto sulla forma monarchica del regime: nacque così il primo governo provvisorio, con a capo il principe Lvov, composto quasi interamente da borghesi, con l’unica eccezione del «socialista» Kerensky al ministero della Giustizia; Cheidze infatti aveva risolutamente rifiutato il ministero del Lavoro. La formazione del governo, i cui veri ispiratori erano l’ottobrista Guckov al ministero della Guerra e Miljukov agli Esteri, concludeva la Rivoluzione di febbraio, apriva il periodo del dualismo di poteri e fu la premessa della lotta dei bolscevichi e dell’avanguardia proletaria russa per la presa effettiva del potere da parte delle masse nell’Ottobre.

Il mito dello «spontaneismo» del Febbraio
La principale mitologia sulla Rivoluzione di febbraio, mito cui spesso non fuggono nemmeno alcuni sedicenti marxisti, è quella dell’origine spontanea della rivolta delle masse di Pietrogrado nel febbraio del 1917. Questo tipo di spiegazione del «meccanismo» che ha fatto scattare la molla della rivoluzione è molto cara e comoda a tutti i nemici dell’Ottobre e del bolscevismo: dai liberali democratici ai socialisti riformisti, fino ai centristi che a parole si dicono bolscevichi, ma che nei fatti rinunciano alla costruzione di un vero partito operaio di avanguardia di tipo bolscevico. Addirittura i monarchici reazionari, che spiegano la caduta dei Romanov con una congiura di palazzo, indirettamente danno una spiegazione spontaneista della Rivoluzione di febbraio: l’azione indipendente delle masse sarebbe infatti stata causata dai «disordini» ai piani alti del potere zarista, e non da un’azione cosciente degli elementi rivoluzionari, imputando così al liberalismo la colpa della distruzione dell’Impero russo. È assolutamente importante avere chiaro che cosa fu veramente quella rivoluzione, perché situazioni simili precedono l’apertura di quasi tutte le situazioni rivoluzionarie propriamente dette, e comprenderne le implicazioni è indispensabile per sfruttare al meglio le possibilità offerte ai rivoluzionari, sapendo che una situazione rivoluzionaria, e tantomeno una crisi rivoluzionaria, non può durare in eterno.
Furono determinanti i contrasti nella corte, e tra la corte e la borghesia, per lo scoppio della Rivoluzione di Febbraio? La verità è che non vi era nessun piano prestabilito per sostituire lo zar: «Non c’è niente che lo provi. Era troppo esteso questo “complotto”, comprendeva circoli troppo numerosi e troppo eterogenei per essere veramente una cospirazione. Si librava nell’aria come stato d’animo nelle alte sfere della società pietroburghese, come una confusa idea di salvezza oppure come una formula disperata. Ma non si concretizzò fino a diventare un piano effettivo».(10) Questo «stato d’animo» esisteva, era certamente alimentato dagli ambasciatori inglese e francese, scontenti della condotta di guerra di Nicola II e che forse temevano potesse accordarsi con il kaiser per una pace separata, ma non era questo una della cause degli eventi, bensì ne era un effetto: «La rivoluzione scoppia quando tutti gli antagonismi sociali hanno raggiunto la tensione estrema. Ma appunto per questo la situazione diventa insopportabile anche per le classi della vecchia società, cioè per le classi condannate a scomparire. Senza attribuire alle analogie biologiche un significato maggiore di quanto non convenga, è pertinente ricordare che il parto, a una certa data, diventa altrettanto inevitabile per l’organismo materno che per il suo frutto. L’opposizione delle classi privilegiate prova che la loro condizione sociale tradizionale è incompatibile con le esigenze di sopravvivenza della società. La burocrazia dirigente comincia a lasciarsi sfuggire tutto di mano. L’aristocrazia, sentendosi direttamente oggetto della generale ostilità, rigetta la colpa sulla burocrazia. Quest’ultima accusa l’aristocrazia e quindi queste due caste, insieme o separatamente, rivolgono il loro malcontento contro la monarchia, coronamento del loro potere. […] Secondo la nobiltà l’origine dei suoi mali risiede nel fatto che la monarchia è divenuta cieca o ha perduto la ragione. La casta privilegiata non vuol credere che non ci sia una politica in grado di riconciliare la vecchia società con la nuova; in altri termini, la nobiltà non si rassegna ad accettare la propria condanna e, nelle convulsioni dell’agonia, passa all’opposizione contro quello che vi è di più chiaro e di più sacro nell’ancien régime, contro la monarchia. La violenza e la irresponsabilità dell’opposizione aristocratica si spiegano con i privilegi di cui godettero storicamente le alte sfere della nobiltà e con il timore insopportabile di fronte alla rivoluzione. La mancanza di sistematicità e le contraddizioni della fronda aristocratica si spiegano in quanto si tratta dell’opposizione di una classe senza vie d’uscita. Ma, come una lampada, prima di spegnersi, proietta una fiammata vivida, anche se fumosa, la nobiltà, prima della sua estinzione, provoca il lampeggio di un’opposizione che rende i più grandi servigi ai suoi mortali nemici. Questa è la dialettica del processo che non solo si accorda con la teoria classista, ma anzi solo sulla base di questa teoria può essere spiegata».(11)
Il fallimento del regime autocratico russo nel 1917, durante la guerra imperialista, fornisce la cornice oggettiva entro cui si sviluppa la Rivoluzione di febbraio: i socialisti riformisti fanno discendere «automaticamente» la rivolta «nazionale» e «democratica» delle masse russe, raccolta dal liberalismo russo nella creazione di uno Stato democratico con il solo scopo di contrapporla alla rivoluzione compiuta da una «minoranza» nell’Ottobre. I centristi, nella misura in cui non contestano questa interpretazione spontaneista del Febbraio, si riducono a una semplice difesa «d’ufficio» della Rivoluzione d’ottobre, che però non ne difende le basi reali, cioè la funzione imprescindibile del partito rivoluzionario d’avanguardia, non solo per la presa del potere, ma anche per predisposizione delle masse ad agire in modo indipendente dalla borghesia: non si può posporre la creazione di un partito rivoluzionario indipendente a quando la situazione diventi rivoluzionaria, in parte perché, come scrive Trotsky nell’articolo Classe, partito, direzione, «durante una rivoluzione, cioè quando gli eventi mutano con rapidità, un partito debole può rapidamente diventare forte, purché capisca chiaramente il corso della rivoluzione e possieda dei quadri solidi che non si ubriacano di frasi e non si lasciano spaventare dalla repressione. Ma tale partito deve esistere prima della rivoluzione, perché il processo di educazione dei quadri richiede un periodo di tempo considerevole, e la rivoluzione non concede tale periodo», ma soprattutto perché l’azione del partito rivoluzionario è fondamentale nell’evoluzione degli avvenimenti sociali verso una situazione rivoluzionaria. Nel 1915, nel testo Il fallimento della Seconda Internazionale, Lenin indica le tre condizioni per cui si possa parlare di situazione rivoluzionaria, di cui la terza è particolarmente significativa riguardo lo spontaneismo del Febbraio e il ruolo del partito rivoluzionario: «3) in forza delle cause suddette, [impossibilità delle classi dominanti di governare come prima e aggravamento della miseria delle masse, NdA] un rilevante aumento dell’attività delle masse, le quali, in un periodo “pacifico” si lasciano depredare tranquillamente, ma in tempi burrascosi sono spinte, sia da tutto l’insieme della crisi, che dagli stessi “strati superiori”, ad un’azione storica indipendente».(12)  A chiunque conosca un minimo il pensiero di Lenin è chiaro che un’azione delle masse indipendente dalla borghesia è possibile solo nella misura in cui il partito rivoluzionario ha elevato la sua coscienza di classe, perché altrimenti la coscienza dominante rimane la coscienza della classe dominante.
Ecco come Trotsky giudica la teoria spontaneista riguardo la Rivoluzione di febbraio: «Resta però un grosso punto interrogativo: chi ha dunque guidato l’insurrezione? Chi ha mobilitato gli operai? Chi ha portato i soldati nelle piazze? Dopo la vittoria queste domande divennero un motivo di lotta tra i partiti. La soluzione più semplice consisteva in questa formula universale: nessuno ha guidato la rivoluzione, la rivoluzione si è fatta da sé. La teoria delle “forze spontanee” conveniva più di qualsiasi altra non solo a tutti quei signori che, ancora alla vigilia, avevano tranquillamente amministrato, giudicato, accusato, difeso, commerciato o comandato e che ora si affrettavano ad associarsi alla rivoluzione, ma anche a molti politici di professione e a ex-rivoluzionari che, avendo dormito durante la rivoluzione, desideravano credere che in tutta la faccenda essi non si erano comportati diversamente dagli altri. […] la rivoluzione, che nessuno in quei giorni si aspettava, si era estesa e, mentre nelle sfere superiori già si credeva all’estinguersi del movimento, il movimento di assicurava la vittoria con una violenta spinta e con potenti convulsioni. Da dove provenivano questa tenacia e questa aggressività senza precedenti? Non basta richiamarsi all’esasperazione. L’esasperazione spiega molto poco. Gli elementi operai di Pietrogrado, per quanto fossero stati diluiti nel corso della guerra in seguito all’immissione di elementi non dirozzati, recavano in sé una grande esperienza rivoluzionaria. Nella loro tenacia e nella loro aggressività, malgrado l’assenza di direzione e le resistenze dall’alto, c’erano una valutazione delle forze, non sempre espressa, ma basata sull’esperienza della vita e un calcolo strategico spontaneo. […] La mistica delle “forze spontanee” non chiarisce nulla. Per valutare correttamente la situazione e determinare il momento della sollevazione contro il nemico, era indispensabile che la massa, tramite i suoi elementi dirigenti, facesse una propria analisi degli avvenimenti storici e avesse i propri criteri per valutare questi avvenimenti. […] In ogni fabbrica, in ogni corporazione, in ogni compagnia militare, in ogni osteria, negli ospedali militari, in ogni accantonamento e anche nelle campagne popolate si sviluppava un lavoro molecolare del pensiero rivoluzionario. Dovunque esistevano commentatori degli eventi, specialmente operai, presso i quali ci si informava e dai quali si attendeva la parola necessaria. Questi dirigenti erano spesso abbandonati a sé stessi, si nutrivano di frammenti di generalizzazioni rivoluzionarie giunti a loro per diverse vie, scoprendo da sé, nei giornali liberali, leggendo tra le righe ciò di cui avevano bisogno. Il loro istinto di classe era acuito dal criterio politico e, se non sviluppavano sino in fondo tutte le loro idee, il loro pensiero lavorava egualmente senza tregua, ostinatamente, sempre nella stessa direzione. Elementi di esperienza, di critica, di iniziativa, di abnegazione penetravano tra le masse e costituivano il meccanismo profondo, che sfuggiva a uno sguardo superficiale, ma era comunque decisivo, del movimento rivoluzionario come processo cosciente. […] Alla domanda che abbiamo posto: “chi ha dunque guidato la Rivoluzione di febbraio?” possiamo quindi rispondere con la chiarezza necessaria: operai coscienti e ben temprati che erano stati formati soprattutto alla scuola del partito di Lenin. Ma dobbiamo aggiungere che questa direzione, se era sufficiente ad assicurare la vittoria dell’insurrezione, non era in grado di affidare sin dall’inizio all’avanguardia proletaria la funzione dirigente della rivoluzione».(13)

Il paradosso del Febbraio, ovvero che cosa è stata la Rivoluzione di febbraio?
Crediamo non ci sia assolutamente nulla da aggiungere alla chiarissima spiegazione di Trotsky su quale fu il vero motore della Rivoluzione di febbraio. Non ci resta quindi che affrontare, brevemente, un altro tema, non certo secondario, ma che speriamo risulti già sufficientemente argomentato da quanto abbiamo già sostenuto precedentemente, cioè il carattere della Rivoluzione. C’è chi considera il Febbraio una rivoluzione borghese, qualcuno addirittura la considera la realizzazione della dittatura democratica del proletariato e dei contadini, formula che Lenin aveva coniato dopo la Rivoluzione del 1905, successivamente abbandonata e attivamente combattuta nelle famose Tesi di aprile. Nel libro La rivoluzione permanente, Trotsky spiega polemicamente a Radek perché associare la formula leniniana alla Rivoluzione di febbraio era completamente senza senso, dato che i «compiti democratici» della rivoluzione, principalmente la riforma agraria, erano stati compiuti dalla dittatura del proletariato dopo la Rivoluzione d’ottobre; non crediamo sia necessario soffermarvisi, ma consigliamo a tutti la lettura o rilettura di quel libro. Ma fu una rivoluzione borghese? Ne Le lezioni dell’Ottobre, Trotsky scrive «La Rivoluzione di febbraio (1917), se considerata a sé, era una rivoluzione borghese» (corsivo nostro). Quel «se considerata a sé» è un inciso fondamentale, che indica un ragionamento che fa astrazione dal contesto storico e dallo svolgersi degli eventi, un punto polemico di Trotsky in un opuscolo diretto contro i «vecchi bolscevichi», cioè gli epigoni del leninismo, che consideravano realmente la Rivoluzione di febbraio come rivoluzione borghese e la contrapponevano allo sviluppo della rivoluzione proletaria, e infatti egli aggiunge subito dopo: «Ma come rivoluzione borghese essa venne troppo tardi e non poteva avere intima consistenza. Divisa da contraddizioni interne, che poi si espressero subito nel dualismo del potere, essa doveva o trasformarsi nell’avvio alla rivoluzione proletaria – come avvenne – oppure, sotto un qualche regime borghese-oligarchico, respingere la Russia in una condizione semi-coloniale».(14) Astraendo dai processi che la avevano determinata, senza guardare alle possibilità future che aveva aperto (che sappiamo poi essersi verificate), guardando solamente ai suoi «risultati immediati» come se fossero un’operazione matematica definita e non un’equazione con le incognite del vivo processo storico, allora la Rivoluzione di febbraio è stata una rivoluzione borghese: ha dato infatti vita a un governo borghese. Ovviamente questo modo di ragionare non ha nulla in comune con il marxismo. Come ci ha detto magistralmente Trotsky nel brano della Storia della Rivoluzione russa riportato poco sopra, non fu la borghesia il motore della rivoluzione, ma la classe operaia di Pietrogrado: il paradosso per cui la borghesia scippò la vittoria al proletariato è dovuto alla debolezza del partito rivoluzionario in quel momento e al tradimento dei socialisti piccolo-borghesi, non ad un carattere borghese della rivoluzione, né a una predisposizione benevola delle masse verso la borghesia. Sia detto di passata, dovrebbero ricordarsi di questa lezione tutti coloro che hanno, ad esempio, giudicato le recenti «Primavere arabe» molto severamente, non riconoscendo loro nemmeno il carattere di rivoluzioni, solamente per il fatto che la borghesia è riuscita a riprendere il controllo dei vari Paesi.
Esiste un solo modo marxista di analizzare la Rivoluzione di febbraio, e cioè vederla come parte di un processo iniziato dalla classe operaia, fecondata dalle idee rivoluzionarie, per farla finita con la vecchia società e lo sfruttamento, anche se, privata inizialmente della guida del partito, questa non aveva ancora chiaro dove e come trovare la soluzione dei problemi posti, e non risolti, dal Febbraio. E proprio qui sta l’importanza del partito rivoluzionario e di dirigenti, come Lenin e Trotsky, che siano in grado di vedere le potenzialità di un movimento, di una situazione rivoluzionaria, al di là delle difficoltà e delle debolezze momentanee. È questa la fondamentale lezione della Rivoluzione di febbraio per i rivoluzionari: prepararsi da subito ad essere lo strumento per infondere coscienza e coraggio alle masse proletarie, per far loro analizzare la situazione e i rapporti di forza, e sfruttare ogni occasione favorevole così determinatasi per dirigere la loro volontà verso la presa del potere e l’instaurazione della loro dittatura rivoluzionaria di classe. Solo questa può essere la soluzione dei presenti problemi di tutti gli sfruttati e di tutti gli oppressi del mondo nell’epoca dell’imperialismo decadente.

Note

1) Trotsky, Storia della Rivoluzione russa, Oscar Mondandori, p. 122.
2) Trotsky, op. cit., p. 123.
3) Trotsky, op. cit., p. 136.
4) Trotsky, op. cit., p. 141.
5) Trotsky, op. cit., p. 148.
6) Trotsky, op. cit., p. 182.
7) Trotsky, op. cit., p. 185.
8) Trotsky, op. cit., p. 185.
9) Trotsky, op. cit., pp. 187-188.
10) Trotsky, op. cit., p. 90.
11) Trotsky, op. cit., pp. 96-97.
12) Lenin, Il fallimento della Seconda Internazionale, in Lenin, Il socialismo e la guerra, Ed. Lotta comunista, p. 46.
13) Trotsky, op. cit., pp. 165-176.
14) Trotsky, Le lezioni dell’Ottobre, in Procacci (a cura di), La “rivoluzione permanente” e il socialismo in un Paese solo, Editori riuniti, p. 40.

La resistenza alla deportazione dallo stabilimento di Pomigliano a quello di Cassino dà a tutti una lezione importante

Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza - per il Comunismo



Nel 2010 Marchionne a Pomigliano aveva giurato che la FIAT (ora FCA) avrebbe triplicato la produzione a condizione che venisse rimosso l’intralcio di diritti “ormai superati”, leggi “antiquate” e sindacati “ideologici”. Pomigliano è la dimostrazione che le promesse dei padroni sono balle e i politicanti, i sindacalisti e i giornalisti che le spacciano per buone sono loro complici! A sette anni di distanza, la fabbrica-caserma che avrebbe dovuto sfornare centinaia di migliaia di nuove auto ha tutti i sintomi di una fabbrica condannata a morte.

I fatti, in breve. A novembre dell’anno scorso FCA comunica che 500 operai (più eventuali altri 600) devono essere trasferiti “temporaneamente” da Pomigliano a Cassino per avviare la produzione del nuovo Suv Stelvio.
A dicembre, senza consultare gli operai, FIM, UIM, FISMIC e Associazione Quadri FCA firmano l’accordo per rendere operativo il trasferimento: dicono che permetterà agli operai attualmente in contratto di solidarietà a Pomigliano di tornare a lavorare a tempo e stipendio pieno e agli operai che andranno a Cassino di avere un bonus di 500 euro. La FIOM non firma perché l’accordo non prevede che i trasferimenti siano su base volontaria, il bonus di 500 euro non è garantito per tutto il periodo di trasferimento e per Pomigliano non c’è un piano produttivo.
Il 20 gennaio la FIOM convoca le assemblee in cui, pur ribadendo che non è un buon accordo, chiede e ottiene dagli operai il mandato a sottoscriverlo per poter partecipare al tavolo delle trattative sul piano industriale per Pomigliano che partiranno a marzo. È lo stesso sistema con cui, dove si sono effettivamente tenute (quindi brogli a parte), la FIOM ha fatto passare l’infame CCNL dei metalmeccanici nelle assemblee di fabbrica del dicembre scorso. “Tra gli operai manca la spinta a opporsi all’accordo” è il modo con cui la direzione FIOM giustifica la sua resa alle imposizioni padronali, l’ulteriore allineamento ai sindacati collaborazionisti e l’adesione alla linea padronale di aziendalizzazione del contratto di lavoro.
A partire dalla fine di gennaio, alcuni operai del Comitato ex licenziati e cassintegrati FCA iscritti al Si Cobas iniziano un intervento sistematico fuori dai cancelli di Pomigliano (fuori perché, benché abbiano vinto la causa contro il licenziamento, FCA gli paga lo stipendio ma non li ha reintegrati sul posto di lavoro), con il sostegno e la partecipazione di partiti, organismi e singoli del posto. Con volantinaggi, comizi, assemblee in piazza, concerti e altre iniziative denunciano l’operato dell’azienda e dei sindacati complici, mettono in guardia che la deportazione prepara lo smantellamento dello stabilimento, chiamano a organizzarsi nel Comitato NO Cassino e a opporsi alle deportazioni. E il 20 febbraio in una nuova assemblea convocata dalla FIOM gli operai votano all’unanimità una mozione presentata dal Si Cobas che rigetta l’accordo firmato a dicembre e pone una serie di condizioni importanti per il trasferimento temporaneo a Cassino.

La lezione
. Il ricatto e il terrorismo padronale sono rafforzati dal disfattismo e dalla rassegnazione predicati dai sindacati di regime e da altri agenti padronali. Ma non è vero che alla FCA e in tutte le altre aziende non c’è niente da fare! Ovunque qualcuno, anche un piccolo gruppo, vuole promuovere la resistenza e si organizza per farlo, la resistenza dei lavoratori si sviluppa.
Pomigliano conferma la lezione di Melfi, dove con la lotta contro i sabati comandati un piccolo gruppo di operai avanzati ha preso nelle proprie mani la lotta contro il sistema Marchionne e l’ha estesa ad altre fabbriche FCA del centro-sud.
Conferma la lezione della ex Lucchini di Piombino, di Almaviva, di Alitalia e di altre aziende. Conferma la lezione del movimento NO TAV: contro le misure antipopolari ci si mobilita per evitare che vengano decise e, se nonostante questo vengono prese, ci si mobilita per boicottarne l’attuazione.
Allo stesso tempo la INNSE di Milano come la Ginori di Sesto Fiorentino, l’esito del referendum sull’acqua del 2011 e quello contro la riforma costituzionale targata Renzi indicano forte e chiaro che per raggiungere risultati stabili, estendere la ribellione e cambiare il corso delle cose occorre creare una rete di organismi operai e popolari decisi a prendere in mano il paese, a formare un loro governo nazionale.
Bisogna rafforzare la resistenza, generalizzarla, estenderla e dare a tutti i gruppi e gli organismi della resistenza l’obiettivo comune di costituire un loro governo d’emergenza. Questo dà anche gambe per marciare alle parole d’ordine “attuare la Costituzione del 1948” e “rompere con Euro, UE e Nato”, parole d’ordine giuste ma che senza la prospettiva di un governo nazionale resterebbero campate per aria.

Bisogna passo dopo passo trasformare questa resistenza in attacco, perché è l’unica via di salvezza per le masse popolari di tutto il paese!

sabato 25 febbraio 2017

Oggi riapriamo il Rialto, uno spazio di democrazia e cultura indipendente

Coordinamento Regionale acqua pubblica Lazio


Questa mattina (ieri ndr) abbiamo deciso di riaprire il Rialto e di ridare alla città uno spazio che deve continuare ad essere un laboratorio di democrazia, incontro e produzione di cultura indipendente.

Non ci vogliamo rassegnare al fatto che il Rialto, dopo lo sgombero subito il 16 febbraio, sia di nuovo consegnato al degrado e all'abbandono come centinaia di altri edifici nella nostra città.

Non ci vogliamo rassegnare al fatto che Roma continui ad essere governata secondo logiche che puntano solo alla mercificazione dei beni comuni e alla messa a valore del patrimonio pubblico.

Per questo, numerose realtà sociali, culturali e politiche hanno deciso di dare un segnale forte restituendo questo luogo alle attività che lo hanno attraversato negli ultimi quindici anni.

Siamo consapevoli che questa non è una vicenda isolata, ma che analoghi provvedimenti stanno colpendo altri spazi sociali della capitale. Intendiamo, così, ribadire che la democrazia e la cultura indipendente non si sgomberano e che non possono essere vincolati al mero fattore economico.
Siamo consapevoli che il patrimonio pubblico può e deve svolgere un ruolo strategico per sviluppare e valorizzare veramente le tante e diffuse realtà socio-culturali che da sempre arricchiscono questa città svolgendo anche un ruolo di supplenza ai compiti dell’amministrazione comunale.
Per questo pensiamo sia tempo di rivedere la materia che disciplina le concessioni pubbliche coinvolgendo tutta la città e ribaltando la logica di mercato che è alla base della delibera 140/2015 in funzione di una visione fondata su principi di solidarietà, cultura e partecipazione fondamentali per la tenuta democratica di questa città.
Visto che la Giunta ha appena approvato una delibera con cui intende frenare la logica degli sgomberi che sta mettendo a rischio oltre 800 spazi in tutto il territorio cittadino, chiediamo all'Amministrazione capitolina, in quanto proprietaria formale dell'immobile, e in primis alla Sindaca Raggi e all'Ass.re Mazzillo, di mettere in campo tutte le azioni necessarie affinché il Rialto sia tutelato al fine di “evitare  che venga compromessa l’esistenza di associazioni che svolgono funzioni di interesse pubblico”così come dichiarato dallo stesso Ass.re al Patrimonio.
Chiediamo alla maggioranza, alla Giunta e a tutti i consiglieri comunali e municipali, per una volta, di non restare a guardare e di prendere una posizione chiara e netta.

Chiediamo a tutte e tutti di sostenere questa lotta.

venerdì 24 febbraio 2017

Dai lucchetti alla riappropriazione sociale

Coordinamento Regionale acqua pubblica Lazio


Oggi dopo la riapertura dello spazio del Rialto S.Ambrogio, chiuso dal Dipartimento Patrimonio del Comune di Roma giovedì scorso, è iniziato un serrato confronto tra realtà sociali e l'Assessorato Patrimonio. E' stato istituito un tavolo che si riunirà nuovamente lunedì 27 alle ore 10.00 presso il Dipartimento stesso con l'obiettivo di individuare nell'immediato una soluzione per garantire la continuità delle attività che hanno animato il Rialto in questi ultimi anni. Attività che sono già ripartite da questa mattina e che proseguiranno nei locali liberati fino a quando non sarà individuata una soluzione alternativa.
Una vittoria di tutta la città e non solo, dato che da questo spazio partono battaglie nazionali come quella per l'acqua pubblica, per la difesa della costituzione e per la cultura indipendente.
Una vittoria di tutte e tutti coloro che oggi hanno condiviso una lunga giornata di lotta e democrazia.

Le realtà a sostegno del RialtoLiberato

8 marzo: è sciopero generale!

Intervista a Fabiana Stefanoni
dell’Esecutivo nazionale del Pdac


Diverse sigle sindacali hanno accolto l’appello del movimento “Non una di meno” a proclamare una giornata di sciopero generale l’8 marzo. Ne parliamo con Fabiana Stefanoni, lavoratrice della scuola, membro dell’Esecutivo nazionale del Pdac.
Da dove sorge l’idea di proclamare uno sciopero generale l’8 marzo?
Si tratta di un appello internazionale, che nasce in Argentina, nell’ambito delle grandi manifestazioni di donne promosse dal movimento Ni una menos. Le donne argentine, negli scorsi mesi, sono scese in piazza in massa in molte occasioni per protestare contro la violenza maschilista, che ha avuto nel femminicidio di Lucia Perez, una sedicenne torturata e ammazzata da tre uomini, la sua espressione più brutale. Analoghe manifestazioni si sono poi viste in Messico, in Polonia e negli Stati Uniti. Anche in Italia lo scorso 26 novembre decine di migliaia di donne hanno dato vita a una oceanica manifestazione a Roma. Proprio dalle donne argentine di Ni una menos nasce l’iniziativa promuovere una giornata di “sciopero globale” l’8 marzo.
In Italia la proposta di costruire uno sciopero generale è stata subito rilanciata dal movimento Non Una di Meno. Ce ne parli?
In Italia, a partire dalle mobilitazioni per il 25 novembre (giornata internazionale contro la violenza maschilista), è sorto un movimento analogo a quello argentino, che si richiama a esso anche nel nome: Non Una di Meno. E’ un movimento di donne ampio ed eterogeneo, la cui direzione è femmista e riformista. Soprattutto – e credo sia l’aspetto più interessante – vede una combattiva partecipazione delle donne dei centri antiviolenza: si tratta di strutture dove le donne proletarie, che spesso per ragioni economiche fanno fatica a sfuggire alle violenze di mariti, compagni o amanti, possono trovare un importante sostegno. Luoghi preziosi che stanno subendo tagli pesanti dei finanziamenti pubblici e che rischiano di dover ridimensionare i servizi di assistenza. Da questo movimento è nato l’appello ai sindacati a proclamare, anche in Italia, una giornata di sciopero generale in occasione dell’8 marzo.
Appello che è stato anche rilanciato dal Fronte di Lotta No Austerity.
Esattamente. Anche le Donne in Lotta (che fanno parte del Fronte) e tutto il Fronte di Lotta No Austerity hanno rilanciato la proposta di proclamare una giornata di sciopero generale l’8 marzo. Diciamo che se l’appello di Non Una di Meno era rivolto esplicitamente “in particolare alla Cgil”, la campagna del Fronte di Lotta No Austerity si è invece concentrata sul sindacalismo di base e conflittuale (1). Nell'8 marzo si è vista un’occasione per promuovere una giornata di sciopero generale unitario di tutto il sindacalismo di lotta, a partire da un’esigenza imprescindibile della classe: quella di lottare contro tutte quelle discriminazioni che, come il maschilismo, la indeboliscono nella lotta contro il nemico capitalista. E’ ancora vivo l’amaro ricordo degli scioperi separati dell’autunno, quando le sigle del sindacalismo conflittuale sono riuscite a dividersi su due scioperi generali a distanza di due settimane, uno il 21 ottobre e l’altro il 4 novembre. Tutto questo in un momento di scarsa mobilitazione generale… e all’indomani del tragico omicidio di classe di Abd El Salam (2).
Tornando alla campagna per lo sciopero dell’8 marzo: i sindacati hanno accolto l’appello del movimento delle donne?
Le grandi organizzazioni burocratiche (Cgil, Cisl e Uil) non hanno ad oggi proclamato nessuno sciopero generale. Non ci stupisce: si guardano bene dal disturbare il nuovo governo o danneggiare i profitti padronali con la convocazione di uno sciopero generale! Le burocrazie di Cgil, Cisl e Uil hanno, se possibile, ulteriormente accelerato le loro politiche di sostegno al capitalismo negli ultimi mesi, come dimostra la gestione criminale delle crisi industriali: senza l’aiuto di Cgil, Cisl e Uil e i loro vergognosi accordi il padronato italiano non sarebbe riuscito a far passare centinaia di migliaia di licenziamenti in un clima di relativa pace sociale. Diversamente, molti sindacati conflittuali hanno deciso di proclamare una giornata di sciopero l’8 marzo, finalmente in modo unitario.
Quali sindacati hanno proclamato lo sciopero?
Ad oggi hanno proclamato lo sciopero generale Usi, Slai cobas per il sindacato di classe, Confederazione Cobas, Usb, Usi-Ait, Sial Cobas, Sgb, Adl Cobas, Slai Cobas. Sono tanti anche i sindacati di categoria o territoriali che hanno aderito allo sciopero: Cub Sanità, Cub Trasporti, Allca Cub, Cub Roma, Cub Piemonte, Al Cobas Sky e tanti sindacati di fabbrica. Alcune confederazioni sindacali hanno espresso sostegno alla giornata di sciopero (come la Cub).
Non solo. Anche all’interno della Cgil si registrano delle contraddizioni: l’area interna Il sindacato è un’altra cosa ha da subito preso posizione a favore dello sciopero dell’8 marzo e il direttivo nazionale della Flc Cgil (settore istruzione) ha votato una mozione di adesione allo sciopero. Si configura una importantissima giornata di sciopero e di lotta, con una partecipazione straordinaria  delle donne lavoratrici e, speriamo, anche di moltissimi lavoratori.
Come spieghi il successo di questa campagna, dopo le divisioni dell’autunno?
Penso che la spiegazione stia anzitutto nell’esistenza di un movimento reale di donne, in gran parte lavoratrici e proletarie. Quando la classe lavoratrice scende in campo e si mobilita non c’è settarismo che tenga: gli apparati sono costretti a seguire l’onda delle lotte. Ben vengano quindi le mobilitazioni di Non Una di Meno! Ciò non vuol dire negare i limiti della direzione del movimento o le tante contraddizioni interne. Penso ad esempio che sia un grave errore di Non una di meno quello di chiedere ai sindacati e ai partiti di scendere in piazza senza bandiere. Così facendo si fa di tutta l’erba un fascio, pur a partire da un giusto sentimento di ostilità per i partiti borghesi e per le burocrazie sindacali. Ma le organizzazioni della nostra classe possono e devono partecipare con i loro simboli e le loro bandiere alle mobilitazioni: occultarle significherebbe far fare al movimento delle donne non un passo avanti, ma un passo indietro. Noi pensiamo che la giornata dell’8 marzo debba  diventare un momento di sciopero generale di tutta la classe lavoratrice, in orgogliosa continuità con le storiche lotte delle donne del movimento operaio. Saremo in sciopero e in piazza contro gli attacchi del governo e del capitale, con la consapevolezza che solo l'abbattimento del capitalismo creerà le premesse per una reale parità tra uomo e donna.

 
(1) Qui l’appello delle Donne in Lotta e del Fronte di Lotta No Austerity:
www.frontedilottanoausterity.org/index.php?action=viewnews&news=top_1486037808"&HYPERLINKwww.frontedilottanoausterity.org/index.php?action=viewnews&news=top_1486037808"news=top_1486037808
(2) Si veda a tal proposito l’appello per uno sciopero generale unitario promosso dal Fronte di Lotta No Austerity, sostenuto anche dal Pdac:

video Rosa-X

NON CANCELLATE I MURALES IN VIA CIAMARRA SECONDO APPELLO.

Oltre l'Occidente


Frosinone 24/2/17

Al Comune di Frosinone
Al Liceo Artistico Frosinone
Ai Mass media



NON CANCELLATE I MURALES IN VIA CIAMARRA 


La scrivente Associazione fa nuovamente appello, come nel 2011, per la difesa dei murales di via Ciamarra che sono oggetto di progetti di RISANAMENTO E PREPARAZIONE ALLA PITTURA (det. 3507/2016) con il quale non si comprende cosa si voglia fare delle opere oggi presenti.
22 anni fa un’idea diventava un progetto artistico collettivo a cui partecipavano decine di artisti e che coinvolgevano tanti volontari nell’abbellimento della nostra città e nella promozione di giovani artisti.  Il progetto, fatto proprio dall’ente comune, ebbe anche un riconoscimento delle alte cariche cittadine.  I murales di via Ciamarra dopo settimane partecipate e coinvolgenti diventavano decoro oltre che arte per tutta la città. Tutti vi parteciparono orgogliosamente e GRATUITAMENTE.
Il bando di selezione, le decine di bozzetti, la partecipazione collettiva di giovani e associazioni, la creazione della superficie dove pitturare, la stesura delle opere, la mostra e premiazione finale e l’incontro con Bragaglia, che con i dovuti scongiuri, inaugurava l’opera, hanno fatto vivere alla città di Frosinone dei momenti emozionanti e di avvicinamento ad una città che spesso allontana. 
Tanti altri progetti di convergenza tra arte e decoro cittadino vennero immaginati e purtroppo mai realizzati…  Certo i murales sono stati abbandonati al degrado; ma ancora alcuni di essi mostrano la qualità delle opera. Ma se pure ciò non fosse, è il recupero delle opere esistenti che deve spronare l’Amministrazione e i cittadini (e soprattutto gli artisti): non si cancellano opere fatte, si possono solo migliorare o valorizzare, ma non distruggere camuffando l’intervento come RISANAMENTO. 
E se proprio la politica non ne riconosce la validità, allora tali opere devono rimanere esposte così come sono, proprio a testimonianza della pochezza della politica e dei nostri amministratori che riescono a non considerare l’arte e la bellezza come valori prioritari e abbandonano il decoro a elemento indifferente per una migliore qualità di vita.
Logica e buon senso vuole che siano interpellati, e a noi non risulta, gli stessi artisti che portarono a compimento dell’opera e indirizzare le somme stanziate (di € 19.500,00 oltre IVA) proprio nella direzione del recupero.  



Ci appelliamo quindi affinché 
1. non ci sia alcuna cancellazione delle opere esistenti
2. vi sia anzi il recupero delle stesse con gli stessi artisti
3. di accertarsi delle volontà degli artisti, che devono dare liberatoria formale per il rifacimento o la cancellazione della propria opera



Non contestiamo la volontà di espressione artistica, crediamo che l’arte dei murales abbia il dovere di manifestarsi in tutte le altre parti della città, perché abbellisce, avvicina, esprime vitalità e emozione;  i murales di via Ciamarra, belli o brutti che siano, hanno avuto un riconoscimento, sono da 22 anni in vista e hanno tutto il diritto di essere rivalorizzati. 


Cordiali saluti.

video di Luciano Granieri realizzato nel 2011

martedì 21 febbraio 2017

Disimpegno elettorale.

Luciano Granieri




Continuano le manovre, grande e piccole, di avvicinamento  alle elezioni amministrative del Comune di Frosinone. Fra candidati a sindaco già in pista, candidati in pectore, iniziano a proliferare le  liste civiche (guai a nominare i partiti che ci sono ma risultano abilmente mimetizzati). 

Un esercito di frusinati si sta organizzando per scendere in campo, o affianco di un aspirante sindaco pesante (Ottaviani –Cristofari), o per vendersi  al miglior offerente che poi ,gira che ti rigira, sarà sempre uno dei due soggetti appena indicati. Non me ne vogliano gli amici dei 5 stelle ma il loro candidato   lo vedo molto lontano dai due pezzi da novanta,quello di Forza Italia (ma non si dice) e quello del Pd (ma non si dice). 

Il vizio sta in  una legge elettorale  antidemocratica che obbliga, per contare qualcosa in consiglio, ad allearsi con l’uomo più forte, lasciando per strada i buoni propositi propagandati in campagna elettorale. Libri dei sogni utili solo a farsi eleggere ed entrare nel sottoscala consiliare. 

Alla fine della fiera accadrà come cinque anni fa, quando il numero dei candidati era superiore al numero dei votanti.  Nanni Moretti avrebbe detto: “Mi si nota di più se mi candido o se non mi candido?” Probabilmente rimanere nella minoranza votante, o astinente, anziché ingrossare l’esercito degli aspiranti candidati, potrebbe conferire   maggiore visibilità . Quindi  la smisurata voglia di mettermi in mostra , mi spinge a non ingolfare  le fila degli amministratori  in pectore. 

Qualcuno potrà obiettare che in momenti critici della vita cittadina è necessario assumersi delle responsabilità , schierarsi, prendere parte all’agone. Personalmente invece rivendico con forza il diritto di fare politica quotidianamente, da cittadino consapevole  senza aspettare l’evento  elettorale. Fare il sindaco, l’assessore o il consigliere è faccenda complicata e bisogna esserne capaci.  Io non mi ritengo in grado di ricoprire un ruolo simile.  

Non senza presunzione, però,  mi sento di affermare che fra coloro i quali hanno svolto tali incarichi o intendono proporsi  per svolgerli, vi sono soggetti ancora meno capaci del sottoscritto.  La  valutazione delle proprie attitudini in relazione al governo della città è il primo atto di responsabilità che ognuno di noi dovrebbe soppesare per capire,  se e come , un proprio impegno potrebbe risultare  utile o deleterio.  

Come già detto è necessario fare politica sempre, ogni giorno, anche con atti semplici.  Pagare solo il 20% della tassa dei rifiuti, in ottemperanza all’art.24 per l’applicazione del regolamento della Tari, adottato dal comune di Frosinone - il quale prevede la possibilità della decurtazione tariffaria nel caso in cui il servizio di raccolta e smaltimento si svolga in grave violazione della disciplina di riferimento -è un preciso atto politico e di denuncia. Il tasso di raccolta differenziata pari all’attuale 18% viola palesemente  il d.lgs n.152 del 2006 il quale prevede che già dal 2012 la percentuale avrebbe dovuto raggiungere il  65%. Dunque ridurre la tariffa al 20% è  un diritto e diffondere questa notizia presso gli altri cittadini è un dovere civico  morale e politico.  

Impugnare le bollette di Acea, rifiutandone il pagamento perché redatte in modo talmente irregolare, da portare alla rescissione del contratto con il gestore, è un altro rilevante atto politico. Contrastare, in piazza, o in consiglio comunale, tutte le brutture che l’amministrazione (vecchia o nuova)  metterà in atto contro  la collettività, è preciso dovere di ogni cittadino, è agire quotidiano della democrazia. Perché alla fine di tutti i bei discorsi  sulla bontà dei programmi,  se il tessuto civile e sociale della città è in degrado  lo  si deve alla completa mancanza di controllo da parte dei  cittadini sulla effettiva realizzazione di quanto promesso in campagna elettorale.  

Personalmente preferisco impegnarmi in questa fase di vigilanza, piuttosto che mettermi in piazza a vendere la  mia mercanzia elettorale destinata, nella migliore delle ipotesi ad    essere svenduta all’uomo forte.  Non è un atteggiamento responsabile? Forse, ma è meglio essere liberi di rivendicare le proprie istanze, piuttosto che consegnarsi mani e piedi al podestà di turno nel polveroso sottoscala consiliare.