Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

mercoledì 21 giugno 2017

La crisi economica e il governo Gentiloni

Alberto Madoglio

Le ultime tornate elettorali che si sono svolte in questi mesi in Europa (Olanda, Francia e in diversi Land della Germania) hanno segnato una relativa battuta d’arresto delle forze populiste e reazionarie. Questa precaria stabilizzazione del quadro politico delle maggiori potenze del Vecchio Continente ha fatto sì che l’Italia sia tornata ad essere l’osservato speciale, principalmente per le sue debolezze economiche e per la sempre più marcata instabilità politica.
Fino alla consultazione referendaria dello scorso 4 dicembre la Commissione europea ha avuto un occhio di riguardo circa i problemi di bilancio del governo tricolore. Dopo il risultato elettorale e la caduta del governo Renzi, al quale è subentrato il nuovo premier Gentiloni, sono iniziate le trattative tra Roma e Bruxelles riguardo a come dovrà essere impostata la prossima manovra finanziaria. Il primo effetto ottenuto è stato il varo di una manovra correttiva relativa al 2016 di importo leggermente superiore ai 3 miliardi di euro. Attorno a questa manovra e alla sua entità si sono avute le prime frizioni tra il nuovo esecutivo e l’ex premier. Renzi è convinto, a ragione, che manovre finanziarie troppo in linea con le richieste di Bruxelles possano mettere a serio rischio la possibilità per il Pd di vincere le prossime elezioni (la cui scadenza naturale è la primavera del 2018). Ha quindi usato accenti polemici verso il governo e l’Europa, cosa che è resa possibile dal fatto di non avere dirette responsabilità di governo e quindi di poter pensare di ergersi a paladino degli interessi degli strati di popolazione più deboli.
Le politiche economiche del governo: nulla di nuovo sotto il sole
Al di là di queste scaramucce verbali che assomigliano più che altro a un gioco delle parti, il governo Gentiloni, così come chi lo ha preceduto, continua nell’azione di attacco alle condizioni di vita dei lavoratori. Nella manovra correttiva di cui sopra, il dato più significativo è che se il governo non sarà in grado di fare ulteriori tagli di bilancio, o di aumentare le entrate (presumibilmente con un aumento di tasse per lavoratori e pensionati), scatteranno le cosiddette clausole di salvaguardia che comporteranno un aumento dell’Iva, tassa sui consumi che grava in maniera più che proporzionale sui redditi più bassi.
E’ altamente improbabile che gli accorgimenti contabili che hanno evitato il verificarsi di questo aumento negli scorsi anni possano essere ulteriormente replicati. Anche nel caso che la Commissione di Bruxelles conceda flessibilità riguardo ai conti del governo (non chiedendo di portare il rapporto deficit/Pil all’1,2% rispetto al 2,6 dello scorso anno), saranno almeno 15 i miliardi che il Ministro dello Finanze dovrà trovare. E questo al netto di tutti gli aiuti che verranno decisi a favore di banche e grandi imprese.
Alcuni dati veramente sorprendenti confermano il carattere classista e antioperaio del governo in carica, che segue la linea tracciata da almeno un ventennio a questa parte. Mentre si continua ad affermare la necessità di contenere la spesa pubblica e di ridurre le voci di bilancio riguardanti sanità, istruzione e welfare state, lo scorso anno le spese militari hanno registrato uno spettacolare aumento di oltre il 10% (l’aumento medio nei Paesi Nato è stato di circa il 3).
Parte considerevole di questo aumento (400 milioni) è andato a beneficio dell’Arma dei Carabinieri. I Carabinieri sono un corpo militare che svolge anche funzioni di ordine pubblico, cosa senza uguali tra le “democrazie” occidentali. I finanziamenti di cui beneficia sono il segnale che il governo si prepara a una escalation nella repressione delle lotte nel prossimo periodo. I corpi repressivi sui quali si fonda il suo potere devono essere equipaggiati e pagati in maniera adeguata, nel timore che in caso contrario possano essere spinti a mettere in dubbio la fedeltà all’ordine borghese! Come ai tempi del ventennio fascista il governo al burro (stato sociale) preferisce i cannoni.
Regali a banche e imprese, ancora sacrifici per i lavoratori
Da un decennio i lavoratori pubblici hanno i loro stipendi bloccati. Nonostante persino la Corte Costituzionale nel 2015 abbia sancito l’illegittimità di mantenere questo blocco (convalidandolo tuttavia per il passato e sancendo lo scippo di circa 40 miliardi di euro dai salari pubblici), il governo fa orecchie da mercante. Con buona pace di chi si illude (Cgil in testa) che le sorti della lotta di classe tra capitale e lavoro si decidano nelle aule dei tribunali o in Parlamento anziché nelle piazze, grazie a scioperi e mobilitazioni.
Ma non solo. Dopo aver regalato venti miliardi alle imprese sotto forma di sgravi alle assunzioni che non hanno creato un solo posto di lavoro in più, e dopo aver concesso la stessa somma alle banche in crisi, con una modifica nel sistema di detrazione delle perdite consente al sistema bancario di ottenere un ulteriore miliardo .
Si potrebbe essere indotti a pensare che queste regalie abbiano avuto almeno il merito di creare condizioni per rendere più stabile il sistema del credito, ma così non è. Aumentano sempre più i segnali che vogliono Veneto Banca e Popolare di Vicenza incapaci di garantire la continuità aziendale e costrette ad andare in “risoluzione” come le quattro Popolari nell’autunno del 2015. Se ciò capitasse le conseguenze sistemiche, non solo per il settore del credito ma per tutta l’economia italiana, sarebbero imprevedibili.
Tre delle quattro Popolari di cui sopra sono state acquistate per un euro da Ubi Banca, la quale ha annunciato tagli del personale pari a un terzo degli impiegati entro il 2020. Lo scorso anno per la prima volta nel bilancio pubblico sono stati inseriti 700 milioni per il fondo esubero dei bancari. Fino al 2016 i pre pensionamenti erano pagati dai lavoratori e dalle banche, d’ora in poi saranno anche a carico della fiscalità generale; si regalano soldi alle banche, che tagliano salari e lavoratori, e scaricano i costi sulle casse pubbliche. Un vero furto legalizzato.
Oltre alle banche, si annunciano ulteriori regali alle imprese. Verrà quasi certamente cancellata la contribuzione previdenziale a carico delle aziende e dei lavoratori per un periodo di 3 anni in caso di assunzione a tempo indeterminato di giovani fino a 25 anni, mentre dovrebbe essere ridotta per tutti gli altri neo assunti. E’ un regalo alle imprese perché nel primo caso il costo della decisione (3 miliardi) sarà coperto dalla fiscalità generale, che grava pesantemente su lavoratori dipendenti e pensionati (mentre le grandi imprese hanno mille sistemi per evadere il fisco). Nel secondo, se non sarà previsto nessun intervento pubblico, le imprese continueranno a risparmiare, mentre i lavoratori potranno avere sì un minimo aumento salariale, ma ampiamente superato dalla riduzione dell’importo della pensione futura. In un sistema pensionistico come quello italiano, meno contributi significano pensioni ancor più povere di quelle che già si prevedono.
Le debolezze endemiche del capitalismo. La sola soluzione e’ la lotta di classe
La vera malattia dell’economia e della finanza italiane è il frutto della crisi che da un decennio ha colpito l’economia globale e delle debolezze intrinseche del capitalismo tricolore. Un’economia che cresce meno delle altre nelle fasi espansive (i dati Istat segnalano che nel primo trimestre 2017 il Pil cresce dello 0,2% a fronte di una media europea dello 0,5) e cala maggiormente in quelle recessive. Un debito pubblico che non accenna a calare: secondo la Banca d’Italia ha raggiunto la cifra di 2256 miliardi a marzo di questo anno. E ciò nonostante da tempo immemore la finanza pubblica registri avanzi primari: le entrate superano le uscite al netto del pagamento degli interessi sul debito.
Ciò è dovuto a peculiari caratteristiche dell’economia del Paese: una miriade di piccole e piccolissime imprese che causano una bassa produttività del lavoro e scarsi investimenti in ricerca e sviluppo. Un grande capitale che, di fronte alla competizione internazionale sempre più accentuata, si rifugia in settori più o meno protetti e che garantiscono rendite più o meno sicure: servizi (nel settore dell’energia o delle telecomunicazioni), gestione rete autostradale, investimenti nel settore immobiliare o nelle rendita legata al debito pubblico ecc.
La borghesia, essendo incapace o non volendo cambiare questa situazione, spinge i vari governi a colpire in maniera sempre più dura lavoratori, studenti, disoccupati, per garantirsi adeguate quote di profitti.
Ma questo rende chiaro che il nemico principale del proletariato italiano risiede all’interno dei confini nazionali, e che soffia sulle pulsioni xenofobe e razziste sempre più dilaganti: chi fa appelli all’unione nazionale contro gli appetiti famelici delle potenze straniere (francesi e tedesche che siano), vuole legare sempre di più i lavoratori al carro della borghesia del Belpaese. Che siano forgiate a Roma o altrove, le catene che ci rendono schiavi devono essere spezzate al più presto. Ne va delle sorti non solo delle classi subalterne qui da noi ma nell’intero continente europeo.

DOPO IL 18 ANDARE AVANTI NELL'ALLEANZA POPOLARE PER L'UGUAGLIANZA E LA DEMOCRAZIA

Umberto Franchi 


In Europa l'economia sembra in risalita e molti commentatori politici pensano che si allenterà la pressione per ridurre il debito pubblico, sulla concentrazione delle banche, sulle riforme liberiste delle pensioni e del mercato del lavoro, sulla flessibilità dei salari legati "alla produttività" , sulla riduzione del fisco, ecc... ma salvo qualche dosaggio decimale di circostanza, nel "tira e molla" tra i vari governi europei, la ristrutturazione in atto in ogni Paese andrà avanti perchè viene imposta dai poteri economici e finanziari forti e si sviluppa all'interno della Contesa Globale, dove l'Europa e gli Stati Uniti sono in declino rispetto al fronte dei nuovi giganti asiatici. Si pensi solo alla Cina ed al flusso dei capitali che va indirizzando... fino a comprarsi perfino il Milan di Berlusconi.
La  UE con i suoi poteri, è stata per decenni la scelta strategica delle classi dominanti del vecchio continente, perchè l'Europa serviva ai loro capitali , alle multinazionali, alla finanza,  per reggere lo scontro con gli altri colossi mondiali.  Oggi si apre un nuovo ciclo ?
Per capire come sia possibile oggi in Italia ed Europa, fermare l'esito della feroce ristrutturazione capitalista e della controrivoluzione che ha restituito alle classi dominanti il predominio e l´egemonia sulle scelte economiche, sociali, civili, culturali, ambientali, rimuovendo di fatto, anche il conflitto sociale che il secolo scorso ci aveva lasciato in eredità , occorre avere chiaro che il ciclo del declino Atlantico e della nuova fase strategica durerà molti anni con crisi tensioni, conflitti e soprattutto politiche di lacrime e sangue,  verso i lavoratori.
L'elezione di  Emmanuel Macron in Francia , con il suo intereagire  assieme alla Germania, nell'integrazione europea, viene riproposto in modo esplicito ancora una volta la "riforma del mercato del lavoro" che ridurrà diritti, salari, sociale.
Tomaso Montanari nella sua relazione introduttiva ha fatto giustamente un lungo elenco di scelte sbagliate effettuate , non solo dalle destre, ma anche dai governi di centro-sinistra che hanno portato  alla macelleria sociale, avviata in modo strisciante da circa 30 anni , con la perdita quasi totale dei diritti nei luoghi di lavoro, con  le nuove generazioni di soggetti subordinati e precari , con l'uscita dalla fabbrica, e dalla politica, con il non voto... 
In realtà, il problema che abbiamo in Europa, ma soprattutto in Italia, non è risolvibile attraverso le riforme temperate e nemmeno attraverso gli scarti ideologici del populismo e del sovranismo statalista.
Non ritengo nemmeno che la questione principale sia quella di fare presto, perchè è necessaria  la presentazione di una lista unitaria della sinistra e dei movimenti esistenti che hanno partecipato alla manifestazione del 18 a Roma, alle prossime elezioni.
Occorre capire che il voto  non basta più, perchè nella realtà che viviamo,  comunque le borghesie impaurite sosterranno i partiti che vogliono rappresentare "la difesa dell'Europa e la fortezza della  Resistenza Europea" nella contesa globale... mentre le classi subalterne si divideranno tra il non voto e la lotta tra i poveri...
Per questo credo che sia un errore pensare che oggi la priorità, sia quella di aggregare la sinistra che c'è,  (come avvenne  con la sinistra arcobaleno nel 2008)  ed andare alle elezioni.
Il punto centrale   non è tanto l'importanza di definire la lista della sinistra  ,  il " nuovo contenitore" per presentarci alle elezioni, ma costruire veramente nei territori un vasto movimento capace di rimettere al centro alcune questioni principali della nostra Costituzione, tra cui quella dell'art. 1 e art. 3  … e spendere  le nostre massime energie per fare ridivenire la questione del lavoro egemone , promuovendo iniziative aggreganti, lotte adeguate  ad ogni livello (fabbrica, territorio, generale). 
Dopo il 18 giugno di Roma , abbiamo quindi un primo compito primario:  quello di mettere assieme nei territori tutti coloro che hanno sviluppato la battaglia per il NO al referendum (Comitati) allargati ai partiti esistenti alla sinistra del PD non compromessi con le politiche renziane, le Associazioni, i Movimenti, le RSU, sviluppando da subito precise iniziative  e lotte dei territori , nei luoghi di lavoro e  più generali , coordinate a livello nazionale... con la nascita  di un gruppo dirigente di "Alleanza Popolare"...
 Solo da ciò che saremo in grado di sviluppare nei prossimi giorni , potrà rinascere la speranza della nascita del nuovo movimento  della sinistra unita  per diventare successivamente  lo strumento necessario per la  trasformazione sociale, politica, civile, culturale .

lunedì 19 giugno 2017

La Governabilità

Leonello Zaquini 


Ho provato: sono andato al bar in piazza ed ho chiesto “Cosa ne pensi della governabilità ?”. Nessuno mi capiva. Siccome sono consigliere comunale ho provato anche con altri consiglieri, durante un pausa del Consiglio. Stessa reazione incuriosita: “Cosa è?”
Il vocabolo stesso non esiste nella lingua del posto. Devi creare un neologismo che comunque sistematicamente non viene capito e pertanto lo devi spiegare.
Dopo vari tentativi arrivi a dovere dire: “Si tratta di avere la ‘maggioranza sicura  anche a prescindere da contenuti”.
A questo punto la reazione di sorpresa si trasforma in indignazione: “Ma quella è una dittatura !”. … Infatti.
Sono italiano, ma vivo in Svizzera. Più precisamente nella Svizzera francofona. In questo paese nessuno dispone della “governabilità” ed il concetto stesso, una volta spiegato, fa pensare ad una dittatura.
Per “avere la maggioranza "sicura” in quanto consigliere dispongo di un solo metodo: devo proporre qualcosa che sicuramente ottiene il consenso dei consiglieri riuniti in Consiglio.
E questo metodo non si può aggirare: non ho altre strade che questa. E può darsi che non basti ancora. Infatti, se in Consiglio decidiamo qualcosa che non piace ai cittadini, questi possono facilmente abrogare la nostra delibera.
Va precisato che quando dico “consiglieri” intendo ciascuno di loro individualmente, non i “gruppi consiliari”.
Infatti il “voto di squadra” non esiste. Quando una delibera è approvata o respinta i consensi ed i dissensi passano normalmente attraverso tutti i partiti.  E’ normale che sia così: infatti su ogni tema della vita cittadina si trovano pareri concordi e discordi anche tra gli elettori ed i simpatizzanti di uno stesso partito. E’ quindi naturale che questi pareri si rispecchino nell’organo legislativo. Altrimenti questo organo non sarebbe “rappresentativo” dei cittadini, ma di qualcosa d’altro.
Come si può vivere senza governabilità ?
Qualcuno in Italia (ma anche altrove) ha creato l’impressione che senza la “governabilità” sia impossibile decidere e che il tempo e la complessità delle decisioni si dovrebbe allungare in modo smisurato.
Invece è vero l’esatto contrario.
Nel mio Consiglio comunale decidiamo diverse decine di delibere all’anno: quelle che servono alla città per funzionare e ci si riunisce solo una volta al mese, la sera dalle ore 20 alle 23.
L’organo legislativo nazionale Svizzero, bicamerale, con un Parlamento eletto in forma rigorosamente proporzionale, produce circa lo stesso numero di leggi del Parlamento italiano (circa 60 all’anno) ma lo fa in un quarto del tempo. I parlamentari federali non lavorano a tempo pieno (il loro stipendio ne risente), ma solo durante alcune “sessioni parlamentari” di poche settimane ciascuna.
Legiferare per 8 milioni di persone e per di più di lingue, culture e religioni differenti non é affatto più semplice che legiferare per 60 milioni. Parlando tre lingue, in due camere, promulgano lo stesso numero di leggi ma lo fanno in un quarto del tempo. E’ legittimo domandarsi: come fanno? Come è possibile?
Lo ho domandato ad alcuni parlamentari svizzeri i quali mi hanno spiegato che nel loro Parlamento accade circa come nel mio Consiglio comunale:
una legge viene studiata in commissione, poi presentata in Parlamento, eventualmente emendata, poi votata: se passa passa, se non passa non passa.
Ho fatto la stessa domanda ad alcuni parlamentari italiani, che mi hanno confermato nel mio sospetto iniziale: una legge non è oggetto di un vero dibattito, ma di una “trattativa”, spesso extra parlamentare, tra i partiti. Le lungaggini sono inevitabili (ed il risultato non è detto si avvicini al “bene collettivo”.)
Ma la “Governabilità” ha anche un altro risvolto importante per l’economia.
Un esempio lo mette bene in evidenza.
Pochi anni fa gli organi decisionali federali competenti, avevano deciso di comperare 22 aeroplani da caccia. I cittadini sono intervenuti, hanno indetto un referendum il cui esisto è stato l’abrogazione della decisione proposta dal Governo ed approvata a larga maggioranza dal Paramento nelle sue due camere.
I 22 aeroplani da caccia non si comperano più.
Sia chiaro: nessuno può sapere se quella dei cittadini sia stata una decisione opportuna. Infatti nessuno può escludere, in futuro, un attacco di forze nemiche. E se, in quella circostanza, quei 22 caccia fossero proprio quelli che avrebbero fatto la differenza? Pare poco probabile, visto il contesto svizzero attuale, ma occorre riconoscerlo: nessuno può esserne assolutamente certo.
Ma una cosa è invece già oggi assolutamente sicura: in un paese dove la governabilità non esiste affatto tanto che manca il vocabolo stesso, la lobby dei venditori degli aeroplani trova qualche ostacolo in più nell’esercizio del suo mestiere.
I lobbisti della ditta costruttrice degli aeroplani da caccia lo hanno dichiarato apertamente. Pochi giorni dopo l’esito del voto era apparsa su un giornale una loro intervista dai toni accorati: “In un paese come questo noi non possiamo lavorare …”.
La concentrazione del potere decisionale è indispensabile per facilitare il mestiere del lobbista.
Infatti, se “la sera stessa della domenica” i funzionari di lobby e potentati potessero venire a sapere chi disporrà della “governabilità” durante la legislatura successiva, potrebbero meglio concentrare i loro sforzi ed il “rischio di non ritorno su investimento” potrebbe venire ridotto in modo significativo.
Il paese dove vivo é un paese industriale. Per alcuni anni di fila, nel 2013 e 14, il World economic forum lo ha classificato: “Primo paese  più competitivo al mondo” (nonostante il cambio sfavorevolissimo). Il paese é al 5° posto al mondo nella esportazione di macchine utensili: pur essendo un paese minuscolo confronto alla Cina e dagli USA questi altri colossi lo rincorrono e si piazzano rispettivamente al 6° ed all’8° posto.
Mancando la “governabilità”, comperare aeroplani da caccia in questo paese può anche risultare difficile e probabilmente anche per questo il debito pubblico è il 38% del PIL.

domenica 18 giugno 2017

Assemblea del 18 giugno organizzata da Anna Falcone e Tomaso Montanari un primo commento

Felice C.Besostri



L'assemblea del Brancaccio era molto centrata sull'Italia e gli unici accenni al quadro sovranazionale era il solito riferimento alla sinistra di successo nell'ordine Podemos, Mélenchon, Linke, Syriza ( quest'ultima non è più un'icona). Della Francia non si è parlato. Nel mio intervento, non pronunciato per ragioni di spazio vi era un passaggio, che trascrivo:

"Le ultime elezioni francesi, le presidenziali, ma ancora di più le legislative di domenica scorsa, 11 giugno, devono essere intese come un campanello dall’allarme ( per la prima volta hanno votato in meno del 50%), cioè allontanando dalle urne la maggioranza degli elettori, è possibile inventare un movimento politico, che conquisti la maggioranza di un Parlamento, tanto più artificialmente amplificata, quanto più il sistema elettorale è maggioritario. Ovviamente non basta un leader nuovo,  intelligente e con presenza mediatica, occorrono anche soldi, tanti soldi e troppi soldi di provenienza, da chi ne ha,  sono incompatibili con una vera democrazia. Da qui l’entusiasmo anche in Italia per MACRON, che ci sbarazza  dell’antinomia destra/sinistra, a favore di quella più funzionale al potere tra responsabili ed estremisti, tra europeisti e populisti."

Le preoccupazioni sono aumentate con il secondo turno delle legislative con un'astensione salita al 56,6%. Il sistema maggioritario nasconde il consenso reale. La distorsione maggiore avviene con il premio di maggioranza al Porcellum ovvero al ballottaggio dell'Italikum, se grazie agli avvocati antitalikum, che ho avuto l'onere e l'onore di coordinare, non avessero ottenuto la dichiarazione di incostituzionalità del premio di maggioranza, prima delle elezioni. Nei sistemi maggioritari, britannico o francese, almeno c'è l'obbligo di conquistare la maggioranza assoluta collegio per collegio, uno per uno.Ma se rappresenti meno del 15% degli aventi diritto dovrai tenerne conto e il tuo peso politico, anche internazionale, ne risente.   E' un problema di cultura politica, il cemento a sinistra da più di 25 anni è rappresentato dall'anti-berlusconismo e dall'anti-renzismo, fatto che non aiuta ad ampliare gli orizzonti mentali. Sempre nell'intervento scrivevo: 

"Una volta i liberali erano cosmopoliti, i democratici cristiani universalisti e la sinistra, socialista e comunista,internazionalista. Tutto questo si è perduto e se lo spazio dove estendere il nostro sguardo si riduce ai nostri orticelli, da quegli orizzonti, troppo angusti, non vedremo mai sorgere alcun sole dell’avvenire, nemmeno una fiammella di speranza.

E'indicativo che siamo nel paese dove la terza strofa di Bandiera Rossa  non la canta più nessuno : "Avanti popolo non più frontiere/ stanno ai confini rosse bandiere".
 Non c'è un ragionamento sullo stato complessivo della sinistra. I successi delle formazioni alla sinistra dei partiti del PSE, nascondono  il fatto che la somma dei voti delle sinistre è inferiore a quella dei soli socialisti quando erano il partito leader a sinistra: meditiamo.

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Di seguito riportiamo l'intero testo che il professor Besostri aveva preparato per l'assemblea, il testo è corredato da note e sottolineature che ovviamente non si sarebbero potute rilevare nell'intervento in assemblea. 



INTERVENTO AL TEATRO BRANCACCIO
ROMA 18 giugno 2017

Benvenuti a questo appuntamento promosso in modo non tradizionale dagli amici Anna e Tomaso. Se mi viene data la parola  è perché parlerò di leggi elettorali e della necessità, quasi maniacale,  che siano conformi a Costituzione perché è ormai pacifico dopo le sentenze della Consulta e della Cassazione[1], che come cittadini italiani, cui appartiene la sovranità, abbiamo il diritto “inviolabile e permanente” di votare in conformità alla Costituzione.

Le leggi elettorali sono molto tecniche, complicate e noiose, ma se scegliete voi ivostri rappresentanti, perché questi dovrebbero dare priorità ai vostri problemi e non agli interessi di chi li candida e nomina.
 Spero, tuttavia, che questo ruolo, che mi è preassegnato, finisca presto non perché non voglia impugnare la terza legge elettorale incostituzionale: la ragione principale per dedicarsi ad altro è che se fosse approvata una terza legge elettorale incostituzionale dopo il Porcellum e l’Italikum[2] e si votasse con una tale legge  sarebbe un segno inequivocabile che la nostra democrazia è compromessa e che negli organi  al vertice delle istituzioni si annidano i nemici della nostra COSTITUZIONE:
un GOVERNO, che la promuove, come ha fatto con l’Italikum magari ponendo la fiducia;
un PARLAMENTO, che l’approva e
un PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, che la promulga e
un PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, lo stesso, che sciolga le Camere e indica elezioni in modo da impedire di fatto un controllo di costituzionalità[3].
La legge affossata dal PD era in contrasto con la Carta in almeno 3 punti, che si potevano superare con:
 Voto disgiunto per collegio uninominale e lista circoscrizionale proporzionale;
2     Sblocco delle liste circoscrizionali, non necessariamente con le preferenze;
3     Soglia di accesso regionale e non nazionale per il Senato.

Ci sono anche altri problemi come il privilegio degli elettori trentin-altoatesini, il numero esagerato di sottoscrizioni per la presentazione di liste per i nuovi ed esenzioni  totali per  chi già c’è, il riequilibrio effettivo della rappresentanza di genere, ma non entriamo nei dettagli.

Personalmente vorrei potermi occupare dei miei nipotini e politicamente dello stato della sinistra in Europa, senza distinguerla tra occidentale e orientale o fuori/dentro la UE e nel resto del mondo, perché siamo in un mondo globale. 

Una volta i liberali erano cosmopoliti, i democratici cristiani universalisti e la sinistra, socialista e comunista, internazionalista. Tutto questo si è perduto e se lo spazio dove estendere il nostro sguardo si riduce ai nostri orticelli, da quegli orizzonti, troppo angusti, non vedremo mai sorgere alcun sole dell’avvenire, nemmeno una fiammella di speranza.

Ora abbiamo un’occasione storica perché il bipolarismo coatto è stato messo in crisi dall’annullamento delle due leggi, il Porcellum e l’Italikum, che lo volevano consacrare contro la Costituzione. Tuttavia sono convinto, che quelle decisioni, in particolare la prima del gennaio 2014, non sarebbero state possibili se il bipolarismo non fosse stato sconfitto prima nelle urne delle elezioni 2013, quando  votarono per i due maggiori partiti il 58,66% ( nel 2008 erano il 70,56%) degli elettori italiani , che ne inventarono  un terzo col M5S. 

Le ultime elezioni francesi, le presidenziali, ma ancora di più le legislative di domenica scorsa, 11 giugno, devono essere intese come un campanello dall’allarme ( per la prima volta hanno votato in meno del 50%), cioè allontanando dalle urne la maggioranza degli elettori, è possibile inventare un movimento politico, che conquisti la maggioranza di un Parlamento, tanto più artificialmente amplificata, quanto più il sistema elettorale è maggioritario. Ovviamente non basta un leader nuovo,  intelligente e con presenza mediatica, occorrono anche soldi, tanti soldi e troppi soldi di provenienza, da chi ne ha,  sono incompatibili con una vera democrazia. Da qui l’entusiasmo anche in Italia per MACRON, che ci sbarazza  dell’antinomia destra/sinistra, a favore quella più funzionale al potere tra responsabili ed estremisti, tra europeisti e populisti. 

Ma torniamo a noi e alle leggi elettorali: una legge elettorale è sempre una scelta politica, non tecnica. Se si chiede un premio di maggioranza per le coalizioni, significa, a sinistra, che ci si vuol alleare con il PD, un qualsivoglia PD, chiunque ne sia il segretario. L’Italia dopo tre Parlamenti eletti con una legge maggioritaria incostituzionale ha bisogno di un momento di verità e perciò di una legge elettorale proporzionale, non perché il proporzionale sia meglio in assoluto e sempre, ma perché soltanto un Parlamento eletto con la proporzionale può decidere come coniugare rappresentanza e stabilità.

Qui entra di prepotenza la questione  delle soglie di accesso, per le quali non esistono numeri pitagorici con significati simbolici, esoterici o magici[4].
In Italia storicamente abbiamo avuto una soglia del 4% introdotta dal Mattarellum per il riparto della quota proporzionale, la stessa soglia è stata prevista nel 2005  dal Porcellum  per la Camera( 8% Senato) ed estesa nel 2009 alla legge per il Parlamento Europeo.  Nelle leggi elettorali regionali  la soglia oscilla tra il 3% e il 5%. Nei Comuni con più di 15.000 abitanti e nell’Italikum è il 3%. Il 5% nazionale per la Camera e in violazione dell’art. 57 Cost. per il Senato è comparso nel Germanichellum. L’entità non  ha parametri costituzionali, se non quello dell’irrazionalità[5].

 Il limite dell’irrazionalità ad avviso degli avvocati antitalikum è superato per la soglia del 8% residuata per il Senato, che è composta dalla metà dei membri Camera  e che prevede già delle soglie naturali più alte  per la conquista sicura di un seggio nelle regioni con 1, 2, 7, 8, 9 o 10 senatori, cioè ben 11 su 20 regioni, la maggioranza. 

Altra questione non meno importante sono le firme di elettori da raccogliere per presentare le liste, che discriminano  i nuovi soggetti, rispetto a quelli già presenti in Parlamento e massime per i gruppi parlamentari esistenti al 1 gennaio 2014 alla Camera dei deputati grazie ad una norma transitoria nascosta nell’art. 2 c. 36 della legge n. 52/2014 e che il Germanichellum avrebbe esteso anche al Senato. Di tale favore a sinistra può beneficiarne soltanto Sinistra Italiana, per questo è bene che sia qui: potremo sentire che uso ne vorrà fare per facilitare un processo di aggregazione a sinistra, uso questo termine con perplessità, perché molti, di quelli che ho consultato, lo ritengono ambiguo e/o generico e preferirebbero un’unità per l’attuazione della Costituzione, perché basterebbe per soddisfare l'aspirazione alla giustizia sociale dare corpo al Secondo Comma  dell’art. 3 Cost. “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Cosa si può volere di più? I soviet  degli operai, di soldati e dei contadini?
Usiamo quindi con cautela la parola sinistra, che come sostantivo è accettabile, ma come aggettivo molto meno: tutti qui comprendiamo la differenza tra una lista di sinistra e una sinistra lista che ricordi l’Arcobaleno. 

Partiamo dalla Costituzione, di cui non abbiamo il monopolio, per costruire una lista civica e unita di sinistra aperta a tutti, anche a quelli che non si identificano in questa parte politica e, pertanto, larga, inclusiva e plurale.

Felice Besostri
avvocato socialista, coordinatore degli avvocati antitalikum




[1] Corte Costituzionale n. 1/2014 e n. 35/2017 e della Prima Sezione Civile  Cassazione n. 8878/2014.
[2] Rispettivamente legge n. 270/2005 e legge n. 52/2915.
[3] Per l’art. 61 Cost.” Le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro 70 giorni dalla fine delle precedenti. “ Dalla pubblicazione in G.U. dell’ordinanza di rinvio per una questione di legittimità cost. devono passare 20 giorni per la costituzione delle parti e da questo termine 25 giorni per la pubblica udienza a termini dimezzati, altrimenti 50.
[4]   Il 5% in Germania fu fissato in quella misura perché i comunisti del KPD/DKP erano di poco superiori al 4%  e i liberali oscillavano intorno al 6%.
[5] Un limite del 10% è desumibile dalla sentenza della Corte E. D.U.YUMAK E SADAK c. TURCHIA del 8 luglio 2008.

  

sabato 17 giugno 2017

Proteste riuscite e proteste di frustrazione

Luciano Granieri




E’ un maledetto venerdì di un maledetto e bollente pomeriggio di giugno. Mi trovo bloccato sul raccordo anulare.  Mezz’ora per fare due chilometri e ne devo percorrere altri venti, tanta la distanza che mi separa dallo svincolo della Roma-Napoli. L’aria è rovente  ci saranno 50 gradi, ogni tanto qualche automobilista accosta con il motore in surriscaldamento. Una situazione da girone infernale. 

Dalla radio arriva la notizia che Roma e il raccordo anulare sono congestionati perché lo sciopero degli addetti al trasporto pubblico e del personale di Alitalia ha costretto molti utenti a prendere la macchina intasando la città. Chiamo casa, per avvisare di non avere la più pallida idea di quanto ci metterò a tornare. Mia moglie mi dice che anche mio figlio tornerà dall’università in serata perché non ha trovato la metro che l’avrebbe portato in stazione. 

Comincio a bestemmiare. Ma  anche se il caldo è  incessante, non riesce  bloccare i mie neuroni e inizio a riflettere che se si vuole avere la minima possibilità di spuntarla su una vertenza bisogna fare come i lavoratori del trasporto pubblico, di Alitalia e della logistica. Stanno scioperando per ottenere lo sblocco del contratto riguardante le loro categorie, fermo dal  2014, contro le privatizzazione dei servizi pubblici, per un piano industriale diverso di Alitalia e per la triste vicenda dei voucher.  

Lo sciopero indetto da Cub Trasporti, Adl e Si Cobas, Usi, evidentemente sta riuscendo se anche il sottoscritto ne sta rimanendo vittima. Ricomincio a bestemmiare, ma non contro i lavoratori che stanno scioperando, ma contro quella  masnada di servi del potere finanziario che occupano il parlamento. Burocrati reazionari  artefici del crudele sfruttamento dei lavoratori  della logistica , privi di qualsiasi diritto, vite eternamente precarie  che rischiano la vita non solo quando faticano ma anche quando protestano. Uno di loro  è morto sotto le ruote di un TIR mentre partecipava ad un presidio di protesta . 

Continuo a bestemmiare contro quei manager privati  illuminati, che distruggono aziende fondamentali, come l’Alitalia, con piani industriali fantasiosi, e poi a pagare le conseguenze delle loro scempiaggini lautamente retribuite  sono i lavoratori.  Tutto ciò non accadrebbe se si potessero nazionalizzare le compagnie  strategiche per il Paese. Le invocazioni proseguono verso quella accozzaglia di personaggi del governo che continuano a tagliare i fondi agli  enti locali i quali non sanno come gestire i servizi pubblici a cominciare dai trasporti urbani. 

Penso anche, non con una punta di sollievo, che se tutte le persone rimasti vittime dello sciopero rivolgessero le loro bestemmie alla stessa gente contro cui sto inveendo io ,  la protesta indetta dai sindacati di base otterrebbe un successo superiore alla aspettative. 

Una conferma che l’agitazione ha colpito nel segno  mi arriva la mattina seguente sfogliando i giornali. I più incazzati di tutti sono i dirigenti piddini, dal segretario Matteo Renzi, al ministro dei trasporti Graziano Del Rio. Tutti invocano un ulteriore giro di vite sulla regolamentazione del diritto di sciopero, additano i sindacati di base e gli scioperanti come degli irresponsabili, ed  emettono altre  rabbiose lamentazioni . 

Un'affermazione del segretario Pd mi colpisce più di altre. Renzi afferma che va regolata la rappresentanza sindacale partendo dall’accordo firmato dalla “triplce” e confindustria nel 2014.Cioè  quell’accordo per cui i sindacati    minoritari nelle aziende non possono svolgere attività sindacale di nessun tipo men  che meno d’opposizione. Firmò quel ricatto vergognoso  anche la CGIL. Pensare che proprio   da li vuole ripartire Renzi.  Da un accordo fatto con la CGIL.  Quella stessa CGIL che si è vista sonoramente bocciare dai lavoratori Alitalia il piano da macelleria sociale concertato insieme alla peggiore   consorteria predatoria  ultra liberista. 

Oggi quella CGIL, piccata, ha chiamato in piazza la sua gente, compreso l’indotto partitico associato, perché il governo ha dato un colpo mortale, quasi definitivo, all’annosa vicenda referendaria.   Alla  bocciatura della Corte Costituzionale del quesito sull’art.18 ,perché scritto male, non si sa quanto consapevolmente,  è seguito lo smacco  del voucher tolto per evitare il referendum e poi rimesso. Una presa in giro umiliante per la democrazia, ma ancora di più per chi ha voluto sostituire una tortuosa e infruttuosa strategia referendaria a quella della protesta.

 Il rito della gita “entro porta” si è consumato oggi a Roma. La Camusso dal palco ha assicurato che i giuristi consulenti della CGIL stanno predisponendo il ricorso alla Corte Costituzionale  per chiedere il rispetto dell’art.75 e l’eliminazione dei voucher. Se la redazione del ricorso avrà la stessa efficacia del quesito referendario proposto sull’art.18, ci terremo i voucher per sempre. 

Una manifestazione, indetta da un sindacato - che ha firmato di tutto contro i lavoratori, legge vergogna sulla rappresentanza compresa, che propone piani industriali lacrime e sangue insieme ai padroni, fortunatamente bocciati dai lavoratori stessi , che accoglie  nel corteo parlamentari i quali in aula non si sono espressi in modo avverso alla legge oggetto della protesta - diventa un specie di burlesque o al meglio una manifestazione di frustrazione. 

Sarei disposto a passere molti altri pomeriggi dentro una macchina fermo sul raccordo anulare  con 50 gradi di temperatura, se ciò potesse significare che il maggiore sindacato italiano si è finalmente deciso  a passare dalla parte giusta nella lotta di classe.



Amministrative di Frosinone le valutazioni del segretario provinciale Prc-Se

 Il Segretario Prc - Se Paolo Ceccano



La tornata elettorale delle amministrative si è conclusa, a Frosinone, con una chiara sconfitta del centrosinistra.
Questo è, nostro malgrado, il dato più dolente su cui vale la pena di soffermarsi a riflettere. E’ piuttosto evidente che il traino verso il basso della coalizione è stato il PD, il quale ha fallito elettoralmente  in tutto e per tutto. Pur essendo al governo in ogni dove, dalla regione alla provincia e in buona parte di tutti gli enti intermedi, la percentuale elettorale ad una sola cifra del Partito Democratico  da il senso di un partito che versa in una sofferenza di consensi irreversibile. Che questo schema elettoralistico a cui il centro sinistra frusinate ha dato vita noi abbiamo intuito subito che non avrebbe funzionato. Per questo motivo abbiamo ribadito il nostro impegno verso la ricostruzione di una Sinistra concreta che ha assunto i connotati di una marcia lunga.
Siamo riusciti ad entrare nel consiglio comunale di Frosinone eleggendo Stefano Pizzutelli, sostenuto  anche  da  noi di Rifondazione Comunista, con la candidatura a consigliere  di Francesco Smania, nostro Segretario cittadino che vogliamo ancora una volta ringraziare per la sua disponibilità e attaccamento al partito e per il buon risultato elettorale ottenuto.  Cosi come siamo riusciti ad eleggere compagni nelle altre realtà della provincia con risultati che fanno ben sperare.
Sperare in una Sinistra che sa presentarsi con il proprio volto, non più ingannata e liberata dall’idiozia del cosiddetto voto utile.
Non esiste voto più utile di quello libero e che dà il senso pieno ad una ipotesi di cambiamento, ormai in pieno cammino, di cui la Sinistra dovrà essere la propulsione.
E’ questa l’idea di fondo del PRC qui in provincia persegue. E ci siamo; abbiamo imboccato un cammino che saprà unificare la Sinistra nella sua interezza, il nostro sforzo è quello di ampliare e consolidare in ogni parte della provincia questa bella esperienza verso cui ogni persona potrà guardare con speranza. 


  

                                                                                                                                                               

venerdì 16 giugno 2017

ius soli mio

Giovanni Morsillo



Quando io sono nato, non ero ancora cittadino italiano. Ero più concretamente un terrone nato da genitori ciociari in territorio genovese, ma fu ugualmente registrato il mio nome nell'anagrafe di quel Comune, e nel registro generale, non in uno a parte per gli "stranieri".
Merito dei Savoia, di Cavour, di Garibaldi, della Resistenza, non saprei. Fatto sta che, sebbene mi fosse stata riconosciuta la cittadinanza italiana e sui miei documenti comparisse Genova come luogo di nascita, cosa che mi accompagna ancora, non ero un vero e proprio cittadino (lo ero solo formalmente e nei diritti, non ancora nei doveri).
Ero solo un abitante, ma non sapevo nulla della storia, della lingua, delle tradizioni, delle religioni e delle leggi italiane, per cui credo che qualcuno di quei sottili pensatori che si inalberano garbatamente e in modo spesso assai discutibile per chi vanterebbe una presunta superiorità, avrebbe certamente trovato da ridire sulla mia qualifica di italiano e di genovese prima che io avessi imparato la lingua, la Costituzione (che poi essi calpestano, ma questo è solo un inciso), le usanze, la religione e le leggi.
Poi l'ho fatto, con mediocri risultati ma l'ho fatto, anche se nessuno mi ha chiesto se sapevo chi fosse il Presidente della Repubblica quando ho votato per la prima volta, e nessuno mi ha chiesto di accennare l'Inno nazionale prima di darmi la patente per la macchina.
E quindi, fortunatamente, non ho dovuto aspettare la maggiore età, né dimostrare che proprio non avevo nulla a che fare con i terroristi di nessun paese straniero (fossi stato dei NAR o un brigatista, anche negli anni '70 la cittadinanza ce l'avevo e nessuno me l'avrebbe tolta).
Ma i miei genitori erano italiani, almeno a giudicare dalle carte. Carte che non avevano confezionato loro, ma che lo Stato gli aveva fornito, senza chieder loro se sapessero dov'è Verona o quali sono i fiumi della Sicilia. Lo erano perché, prima che nascessero, qualcuno aveva spostato i confini, per ragioni che i miei genitori sono morti senza sapere. E venivano tollerati solo perché al Nord serviva gente che lavorava senza far tanti capricci, abituata alla fame e non al sindacato, ma avevano gli occhi addosso: se sbagli ci ricordiamo che sei terrone, con quel che ne consegue.
C'erano un po' qui, un po' là, soprattutto in centro, i cartelli "Non si affitta a meridionali", nei quartieri operai molto meno, altrimenti gli affari con chi li facevi? Ma tutto sommato, era meglio della fame, si lavorava e si progrediva economicamente, col sogno di tornare e comprarsi un pezzetto di terra al paese, dove c'erano quelli che parlavano come te.
Certo, sono cose vecchie, mezzo secolo e più è passato. O no?
E' vero, i confini ci sono e dicono che uno della Libia o della Somalia non possono certo aspirare a diventare italiani, ma solo perché la Storia non gli è stata amica quanto lo fu con i miei genitori (e con me). Se essa avesse dato retta al Governo italiano degli anni 1911 e poi dal '34 al '43 (Libia) o dal 1889 al 1941 (Somalia), essi sarebbero italiani a tutti gli effetti, ma non andò così.
Insomma, se la qualifica di italiano ha un senso per veneti e calabresi, valdostani e campani, ciociari e salentini, questo è solo per un casuale incrociarsi di interessi di classi dominanti che nemmeno esistono più.
Perché, ci chiediamo quindi, una persona che nasce in Italia debba essere considerata libica, o somala o chissà cosa? Se nasce in Italia, apprende la nostra cultura (che non si trasmette per via genetica) e rispetta le nostre leggi, e magari da adulto contribuisce anche a farne di migliori, perché rinunciare al suo contributo?
Fa sorridere amaramente che chi si oppone a politiche di semplice realismo, si appelli spesso addirittura alla storia di Roma, dimostrandone una conoscenza a dir poco approssimativa, più vicina al concetto di appartenenza vigente nelle curve degli stadi che a qualsiasi professione politica seria. Come fa cadere le braccia il semplicismo con cui si spacciano "verità alternative" ed associazioni di idee assolutamente gratuite, come immigrato=islamico (la stragrande maggioranza dei profughi e immigrati è cristiana), Musulmano=terrorista (i musulmani sono un miliardo e mezzo, se fossero tutti terroristi saremmo scomparsi da un pezzo), e così favoleggiando.
Ieri a Mogadiscio l'ISIS ha fatto 31 morti.; la notizia è stata data fra le minori, senza spazi e reportage. Ma Mogadiscio non è in Italia, la Storia ha deciso diversamente, e quindi non ci tocca.
Questo progressivo sfascio sociale, politico e culturale, però, non può essere solo denunciato. Serve, e prima che sia troppo tardi, affrontare i nodi accantonati dell'organizzazione politica generale (Europa, Onu, trattati sovranazionali) per dare, ma sul serio e prima possibile, risposte concrete alle nuove facce che la miseria e la sofferenza assumono.
Senza politica, lo spazio per gli sciovinismi cresce, si allarga il consenso a forme nuove e vecchie di razzismo, e si rischia di esserne sopraffatti.
L'allarme che lanciamo e forte, ma pare che orecchie disponibili ce ne siano poche, per quanto nobili, e purtroppo quasi sempre attaccate a teste che non possono decidere.